Tratto da Thule-Toscana Di Mauro Manno Un recente articolo
del Sunday Times ci informa che Adolf Eichmann, considerato il principale
responsabile dell’olocausto, salvò 800 ebrei tenendoli segretamente al sicuro
in un ospedale di Berlino Secondo l’articolo, “questi ebrei sopravvissuti erano
collaboratori, spie o le mogli di tedeschi influenti sotto alta protezione
nazista. Altri ebrei costituivano il personale dell’ospedale, incaricati da
Eichmann di curare i malati”. La storia della seconda guerra mondiale è
presentata da USA e Israele come la lotta tra il bene e il male, tra i più
crudeli carnefici di tutti i tempi, i nazisti, e le eterne vittime della
violenza razzista, gli ebrei. Secondo i dogmi della religione dell’Olocausto,
nella presentazione del secondo conflitto mondiale, da una parte, vengono fatte
scomparire le vittime non ebraiche, ben più numerose, dall’altra, viene taciuta
la documentata e continuativa collaborazione tra una parte degli ebrei, i
sionisti, e tutti gli antisemiti europei, in particolare i nazisti. Questa
collaborazione sembrerebbe innaturale ma non lo è affatto. Discende dal comune
interesse di nazisti e sionisti di operare, in tutta Europa, per la separazione
tra non ebrei ed ebrei ed il trasferimento di questi ultimi lontano dagli stati
del continente europeo verso altri continenti. Possiamo illustrare questa
strategia con le parole di un sionista, tra tanti, che collaborò strettamente
col nazismo: “Per molti anni ho ritenuto che la completa separazione delle
attività culturali dei due popoli sia la condizione per rendere possibile una
collaborazione pacifica (…) a condizione che essa si basi sul rispetto della
nazione straniera [gli ebrei]. Le Leggi di Norimberga (…) mi sembrano, se si
escludono le disposizioni legali, conformarsi interamente con il desiderio
di una vita separata sulla base del mutuo rispetto”. Questo signore si chiamava
Georg Karesky e concluse la sua vergognosa esistenza nello stato ebraico, da
lui desiderato e fondato assieme ai suoi simili separatori di “razze”. I
palestinesi, vittime di questa operazione congiunta di sionisti e antisemiti,
rappresentavano per i colonizzatori ancora un’altra “razza” da cui essi
volevano separarsi. Per questo, in concomitanza della fondazione del loro stato
(1948), provvidero a cacciarli dalla Palestina con una enorme operazione di
pulizia etnico-razziale. La storia delle varie soluzioni territoriali per la
costituzione di uno stato ebraico è ormai abbastanza nota. Gli inglesi, prima
della Dichiarazione Balfour (1917), proposero a Herzl il trasferimento degli
ebrei in Uganda. Alcuni sionisti, contestualmente, proponevano uno stato
ebraico in Argentina. Il sionista Zangwil proponeva il trasferimento in America
del Nord. I sionisti che contavano, in particolare i sionisti “socialisti”,
rigettarono decisamente queste soluzioni e insistettero per la costituzione di
uno stato ebraico in Palestina. Contro questa “soluzione” avevano messo in
guardia due importanti personalità ebraiche vissute prima della nascita
ufficiale del sionismo (primo congresso sionista di Basilea, 1896). Ahad ha-Am,
avvertiva che la Palestina era popolata dai palestinesi e che la costituzione
di uno stato ebraico su quella terra avrebbe richiesto l’eliminazione del
popolo palestinese. Egli proponeva quindi, la fondazione, non di uno stato, ma
di un centro religioso e culturale ebraico a Gerusalemme, per la conservazione
dell’ebraismo più che degli ebrei, una specie di Vaticano ebraico. Ispirati da
questo centro, gli ebrei della diaspora avrebbero dovuto restare nei paesi in
cui vivevano, mantenendo viva la loro religione. Il secondo personaggio, Leo
Pinsker, proponeva un raggruppamento ebraico in una parte della Russia
meridionale, intorno ad Odessa, dove già gli ebrei erano numerosi. Non in uno
stato, ma in una comunità indipendente, all’interno dell’impero zarista. Altra
soluzione territoriale fu proposta da Stalin, il quale pressato dai sionisti
col mal di mare, cioè quelli che temevano il viaggio verso la Palestina, alla
fine concesse agli ebrei una terra, il Birobijan, nell’estremo Oriente russo,
perché vi costruissero una repubblica ebraica all’intero dell’Unione Sovietica.
Molti ebrei sovietici ed altri provenienti da diversi paesi emigrarono in
Birobijan, per costituire uno stato ebraico progressista. I sionisti che non
soffrivano di mal di mare e che si erano trasferiti o si stavano trasferendo in
Palestina, condannarono con forza questa idea, perché il Birobijan avrebbe
rappresentato una alternativa, una soluzione concorrenziale. I nazisti tra il
1933 e il 1940 accettarono la proposta sionista di trasferire gli ebrei
tedeschi in Palestina e solo in Palestina. Si stabilì quindi una proficua
collaborazione tra sionisti e nazisti a questo fine. Karesky è solo un esempio
di questa collaborazione. I sionisti accettarono con entusiasmo le leggi
razziali di Norimberga, perché esse rappresentarono un sostanziale passo in
avanti nel loro progetto di stato ebraico in Medio Oriente. Questa naturale
collaborazione, fondata sull’idea della separazione degli “ariani” dagli ebrei,
vide anche la firma di un patto economico, noto come Ha’avara. Secondo questo
patto, i tedeschi incoraggiavano l’emigrazione degli ebrei in Palestina e gli
ebrei, in cambio, acquistavano macchinari e materiale agricolo tedesco. Fu
costituita una banca comune, sionistico-nazista, in cui gli emigranti tedeschi,
prima di emigrare, depositavano i loro denari che i nazisti incameravano come
compenso per i macchinari, i pezzi di ricambio, i concimi, ecc., esportati. A
pagamento della “merce” ebraica acquistata dai sionisti dalla Palestina, i
nazisti ricevevano pure agrumi e altri prodotti agricoli della colonia
sionista.
Subito dopo l’inizio del secondo conflitto mondiale, i nazisti capirono che
l’emigrazione ebraica in Palestina li danneggiava. Essa rafforzava l’Impero
Britannico e rendeva impossibile una politica di apertura, in funzione
anti-inglese, verso gli arabi. Interruppero quindi il patto economico Ha’avara,
e l’ “esportazione” di ebrei in Palestina. Cercarono di conseguenza un’altra
soluzione territoriale alla questione ebraica. In collaborazione con la Francia
di Vichy, proposero agli alleati che si permettesse l’emigrazione degli ebrei
europei in una colonia francese, questa volta in Africa: il Madagascar. Gli
alleati rifiutarono e non se ne fece nulla. La partecipazione degli alleati a
questa soluzione era indispensabile perché la flotta inglese, come quella
statunitense, controllava gli oceani. L’Inghilterra controllava pure i
territori africani da cui si poteva accedere al Madagascar. Mussolini, da parte
sua, dopo aver appoggiato il sionismo e favorito, con una linea marittima
diretta tra Trieste e Haifa, l’emigrazione sionista in Palestina, iniziata la
guerra, propose che gli ebrei costituissero una specie di stato all’interno
della colonia etiopica, di recente conquista. Questo stato all’interno dello
stato coloniale etiopico doveva sorgere nella regione dei Falascià, popolazione
etiopica semi-ebraizzata. La solita politica del divide et impera con gli ebrei
a guardia dei neri africani, “razza” ancora più in basso della “razza” ebraica.
Mussolini aveva anche capito che per il controllo del Mediterraneo a cui
aspirava, una politica aperta verso gli arabi era indispensabile. Anche in
questo caso, comunque, i sionisti rifiutarono. Fallita l’operazione Madagascar,
per mancata collaborazione dei britannici (e dei sionisti), i nazisti, essendo
ormai iniziata la guerra contro l’Unione Sovietica, pensarono ad un’altra
soluzione territoriale: la Siberia. Intanto gli ebrei sottomessi ai nazisti
erano diventati milioni. La maggior parte di essi infatti si trovava nei paesi
baltici, in Bielorussia e nella parte di Russia conquistata. I nazisti
pensarono che dopo la guerra e la sconfitta dell’Unione Sovietica, tutti gli
ebrei d’Europa potevano essere trasferiti oltre gli Urali, dove potevano
costruire il loro stato, sottomesso al III Reich. Ma l’Unione Sovietica non fu
sconfitta e tutti gli ebrei raccolti nei campi di concentramento furono usati
come forza lavoro praticamente gratuita. La stessa sorte toccò a milioni di non
ebrei, i soldati polacchi e russi fatti prigionieri ma anche gli italiani
catturati dopo l’8 settembre 1943 e considerati disertori perché non aderivano
alla Repubblica Sociale Italiana. Verso la fine della guerra, con i
bombardamenti alleati e la distruzione delle città tedesche, le condizioni dei
campi peggiorarono. Né si può immaginare che ciò non accadesse, dal momento che
lo stesso popolo tedesco viveva ormai nella miseria, nella fame e nella
violenza. La tragica fine di tanti ebrei nei campi non può essere separata
dalla morte di milioni di non ebrei e dalla stessa morte dei tedeschi nelle
città rase al suolo. Solo nel bombardamento di Dresda da parte degli
anglo-americani morirono 180 000 civili tedeschi, in meno di 48 ore. A noi
continuano a dirci che i nazisti volevano l’eliminazione dei soli ebrei. Non ci
hanno detto nulla delle altre vittime del nazismo. Il “giorno della memoria” è
il giorno della memoria ebraica. Per gli altri ci sono stati decenni di oblio,
di cancellazione, di silenzio. Non ci hanno detto che nella ricerca di una soluzione
territoriale i nazisti trovarono la fattiva collaborazione dei sionisti. Non ci
hanno detto che, perfino nei campi di concentramento, furono molti gli ebrei
che collaboravano con i tedeschi. Ne fa testimonianza il libro (poco o per
niente pubblicizzato) della storica ebrea Idith Zertal: Israele e la shoah, la
nazione e il culto della tragedia. Nel suo racconto, riporta gran parte dei
processi ai collaboratori, emigrati in Israele dopo la guerra e riconosciuti
come torturatori e assassini di altri ebrei. Nei primi anni ’50, lo stato
ebraico fu costretto ad emanare una legge che permettesse, senza suscitare
troppo clamore, di giudicare questi criminali. “Tutti i processati in base a
questa legge, — afferma la Zertal – sino al processo di Adolf Eichmann celebrato
nel 1961, furono cittadini ebrei di recente immigrazione, individui miserabili
e meschini, sopravvissuti alla Shoah, che, al loro arrivo in Israele, furono
riconosciuti, talvolta casualmente, da altri sopravvissuti e denunciati alle
autorità di polizia. Il sistema giuridico israeliano li processò in base alla
stessa legge che, circa dieci anni dopo, sarebbe servita per perseguire l’alto
ufficiale delle SS Adolf Eichmann”. Ironia della storia: sapevate che con la
stessa legge sono stati perseguiti Eichmann e i tanti ebrei
collaborazionisti?Ma la vergogna non finisce qui. Simon Wiesenthal, il
“cacciatori dei nazisti”, è morto onorato e riverito nel suo letto. Un altro
ebreo, meno noto, tale Solomon Morel, vive ancora in Israele. Questi due
signori, non lo si dice mai, si sono macchiati di crimini orrendi e di crimini
contro l’umanità. Wiesenthal, in un primo momento, raccontò di essere stato
partigiano comunista nel 1943, di essere stato poi catturato dai nazisti ma di
aver salvato la pelle. Come partigiano (ebreo) sarebbe stato immediatamente
fucilato, ma si salvò ‘miracolosamente’. Successivamente, nella sua
autobiografia, raccontò di aver tentato il suicidio ma di essere stato salvato
dai tedeschi. Raccontò anche di aver ricevuto, nel periodo di prigionia,
“doppia razione di cibo”. La verità è che egli collaborò con la Gestapo,
denunciando comunisti e altre persone coinvolte nella resistenza. Morel dal suo
canto è oggi ricercato dalla giustizia polacca per crimini contro l’umanità ma
viene protetto dal governo di Tel Aviv, che naturalmente si guarda bene dal
consegnarlo. Morel fu a capo di un campo di concentramento per tedeschi. Il
campo di Schwientochlowitz funzionò dalla primavera del 1945 alla fine di
quello stesso anno. I prigionieri non erano nazisti, ma semplicemente tedeschi
etnici, gente i cui antenati avevano vissuto da secoli in Slesia, Prussia
orientale, Pomerania e che aveva l’unica colpa di trovarsi sulle terre che i
vincitori avevano assegnato alla Polonia dopo la guerra. Nel campo della morte
da lui comandato, Morel con gli altri guardiani, quasi tutti ebrei polacchi, si
dimostrò più crudele dei nazisti. Maltrattò, torturò e uccise con le sue mani
centinaia di detenuti. Gli altri guardiani cercarono di emularlo e così
migliaia di tedeschi, colpevoli solo della loro origine etnica, furono uccisi.
La storia di Morel e del suo campo di sterminio è narrata nel libro “Occhio per
occhio” del giornalista ebreo americano John Sack, il quale ha affermato che
scriverlo gli è costato vergogna e dolore. Adesso apprendiamo che il “maggiore
rappresentante del male assoluto”, Eichmann, salvò 800 ebrei. Alcuni di essi
erano effettivamente collaboratori e spie dei nazisti del tipo di Karesky e
Wiesenthal, altri erano semplicemente medici, infermieri o donne ebree sposate
con tedeschi. La storia del II conflitto mondiale non è la storia della lotta
tra il ‘bene’ e il ‘male’. Se poi la si vuole assolutamente presentare a questo
modo, allora nel campo del male bisogna annoverare il sionismo e tanti ebrei
che collaborarono con i nazisti o che commisero orrendi crimini contro
l’umanità subito dopo la guerra. E c’entrerebbero di diritto anche i
responsabili anglo-americani della distruzione di intere città tedesche, con
oltre un milione di vittime civili, e di Hiroshima e Nagasaki. La religione
dell’olocausto e la presentazione semplicistica e unilaterale della II Guerra
Mondiale serve perfettamente, oggi, a Israele e alla lobby ebraica per
giustificare e nascondere i loro crimini in Palestina e in Medio Oriente. Agli
americani serve per mantenere il loro traballante impero. Nella più recente
versione della religione olocaustica, Israele e gli Stati Uniti hanno
sostituito i nazisti con gli arabi o gli islamici, per la conduzione di una
guerra di civiltà che sta già causando milioni di morti, in Iraq, in Palestina,
in Libano.
Mauro
Manno, 19 marzo, 2008