SCHINDLER'S LIST: L'IMMAGINAZIONE AL POTERE”

di Gianantonio Valli

- Il romanzo Schindler's List, ennesimo veicolo di odio antitedesco
- Un inqualificabile campionario di sadismo
- La magistrale reclamizzazione del film
- Spielberg, nuovo,messia della pedagogia sterminazionista
- Il cinema, strumento di rieducazione orwelliana.

- Non possiamo fare AFFIDAMENTO sulla memoria, che col tempo si affievolisce.
- Lo sterminio di sei milioni di ebrei DEVE diventare una CONVINZIONE.
- DEVE essere inserito nei programmi scolastici di ogni paese della civiltà occidentale.
- BISOGNA agire sulla memoria collettiva. Questo è un lavoro difficilissimo.
- DEVE diventare un riflesso...

Moshe Davis, 23 ottobre 1977, Chicago, Northwestern University: ...
-Una cosa certo i tedeschi non possono attendersi: che la colpa venga dimenticata.
-Questa sarebbe una mancanza di responsabilità storica [...]
- La colpa dei tedeschi deve essere continuamente incisa nell'albero della storia e diventare perenne, pensano alcuni ebrei.
- La parola d'ordine suona dunque: nessun perdono, mai!
- La loro colpa dura in eterno [...]
-... nessun perdono tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, piuttosto il fardello di una colpa... eterna.
- In questo modo la colpa dei tedeschi nei confronti degli ebrei non può mai avere fine...
-... né in questa generazione né nelle prossime....

Hans Küng, Ebraismo, Rizzoli, 1993


@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@[also spracht jude! ( Erwin)]@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@
  
Spero che la gente dica: Si, avevo sentito parlare dell'Olocausto, ma non ne avevo mai saputo niente e adesso, forse, ne so più di quanto volevo.

Steven Spielberg, su Schindler's List, febbraio 1994

Was der Angeklagte nicht widerlegen kann, das ist offenkundig doch geschehen, so unglaublich es auch klingt,
(((((((((( - Ciò che l'imputato non è in grado di confutare è palesemente accaduto, per quanto incredibile esso possa sembrare- )))))))))

Neues Österreich, l ° giugno 1963, sul Processo di Auschwitz

La vicenda dell'ultimo «capolavoro» della Rieducazione Olocaustica (800 pellicole prodotte sull'argomento in tutto il mondo nell'arco di mezzo secolo a inchiodare i «nazisti»), distribuito in Italia nel marzo 1994 e acclamato dai mass media come la definitiva parola olo-filmica, si apre in modo anomalo un anno prima col divieto al regista di «girare» un solo metro di pellicola nell'ex campo auschwitziano. Poiché tale film resterà nella storia del degrado della ragione umana, su di esso è necessario fermarsi a dovere. Questo anche perché, pur spacciato come documento della storia più vera e settimo sigillo dello Sterminazionismo, è invece soltanto la riduzione di una biografia romanzata o, più esattamente, di un romanzo fantastorico, sé-dicente fondato sui «fatti» (che sarebbero poi le «testimonianze» degli olo-scampati). E come romanzo il libro viene sia catalogato dalla washingtoniana Biblioteca del Congresso (scheda: 2. Holocaust,Jewish 1939-1945 - fiction / PR9619.3.K46S3 1982 823 82-10489 / ISBN. 0-671- 44977- X), sia definito sulle  locandine cinematografiche e sulla fascetta di presentazione, che tuona: «Un grande romanzo, un film evento».

Più avvocatescamente esplicita, al fine di sottrarsi ad ogni contestazione, è la ripresentazione dell'edizione originale che, edita nel 1982 senza suscitare particolari clamori, viene ripubblicata dalla Touchstone Books della Simon & Schuster, la casa editrice controllata dalla Gulf & Western: «Questo libro è un'opera di fantasia [a work of fiction]. Nomi, personaggi, luoghi ed episodi sono un prodotto della fantasia dell'autore [of the author's imagination] o sono utilizzati in maniera immaginaria [are used fictitiously]. Ogni somiglianza con avvenimenti, luoghi o persone reali, vive o morte, è puramente casuale [is entirely coincidental]».
Ma l'autore cerca subito di attenuare la sgradevole impressione di falso che il lettore potrebbe riportare da tanto sollecita avvertenza: «Nella moderna narrativa ci si serve spesso della struttura e del meccanismo del romanzo per raccontare una storia vera.
Altrettanto ho fatto io, prima di tutto perché sono un romanziere di professione, e poi perché la tecnica del romanzo mi sembrava adatta a un personaggio dell'ambiguità e della grandezza di Oskar.
Ho comunque cercato di evitare ogni possibile finzione letteraria».

Firmata dall'australiano Thomas Keneally, che, stando a quanto si narra, nel 1980 avrebbe raccolto dall'olo-scampato losangelino Leopold Pfefferberg e da cinquanta suoi correligionari (oltre che, ci assicura, da «documenti e altre informazioni») «testimonianze» su un presunto salvataggio di 1100 (o 1200) ebrei compiuto da certo tedesco Oskar Schindler, la stunning novel («racconto sbalorditivo, formidabile, che tramortisce») si trova gravata del nobile compito di inchiodare per sempre i «nazisti» al Sommo Orrore.

Come scrive, pervaso da entusiastica chutzpah (la ben nota «arroganza/supponenza» ebraica), Luciano Tas su Shalom: «Un grandissimo film [...] ed un vibrante messaggio. Il massimo oggi formulabile attraverso la mediazione artistica sul tema cosmico dello Sterminio. Ed anche una sorta di spartiacque tra un "prima" in cui la memoria dello Sterminio era affidata essenzialmente alla testimonianza e alla documentazione, e un "dopo" che non avrà più testimoni da chiamare e che dovrà ricorrere ad altri strumenti di comunicazione. In breve, alle nozioni che si dileguano saranno di necessitàprivilegiate le emozioni [intenda il lettore: all'analisi razionale dovrà subentrare il potere della suggestione, n.d.A], a partire dal momento in cui la polvere del tempo smorzerà il Grido».

Superba sequenza di luoghi comuni di ordinaria nazi-bestialità («ho contato che le teste degli ebrei esplodono a una media di una ogni dodici minuti», nota Philip Gourevitch, caporedattore del settimanale ebraico Forward) decontestualizzati in uno spazio-tempo irreali, l'Apoteosi è in realtà una velenosa fiction imperniata sulla parabola di un'ambiguo imprenditore bon vivant, finora ignoto alle masse nonostante un tele-documentario di certo Jon Blair, confezionato nel 1983 dalla britannica Thames Television International.

«Nazi» per opportunismo, il Nostro viene raffigurato come un germanico «perfect matinee hero», perfetto eroe in vestaglia che, pur fedifrago coniuge, beone e senza scrupoli, acquista col tempo un sempre maggiore spessore «morale» (anche per via dell'accattivante phisique du rôle dell'interprete, l'irlandese Liam Neeson), fino a sborsare sonanti miliardi per salvare gli olo-destinati.
Con ciò guadagnandosi - anche se Keneally definisce l'eroe «mente superficiale: brillante per natura, ma privo di doti concettuali» - il titolo di Ohev Yisrael, «amico degli ebrei»,Tabernacolo Vivente e Hasid Ummot ha-Olam, «Giusto delle Nazioni» (nel mondo, assicura il Talmud, di Giusti siffatti ce ne sono solo trentasei). Ma è possibile, per lo spettatore, giudicare della verità/veridicità di quanto narrato e filmato?

Certamente NO...

rispondiamo, anche perché i livelli di lettura dell'Operazione Schindler sono ben quattro.

Il primo,

quello della realtà documentale, non può che restare per sempre inesplorabile a chi voglia seriamente documentarsi sia su tale individuo sia sulle allegate vicende degli Schindlerjuden (un qualche richiamo alla realtà è costituito da alcune note del Kalendarium di Danuta Czech).

Il secondo, più o meno artefatto a causa della fragilità evocativa degli olo-scampati, è costituito dalle «testimonianze» rese a Blair, sulle quali - ammaestrati come siamo almeno da quelle rese contro Ivan «John» Demjanjuk, risultate alla fine del tutto infondate - è giocoforza stendere un velo di prudenza.

Il terzo
è formato dalla «ricostruzione» di Keneally, il quale non può che sguazzare, pur con tutta la buona fede che possiamo concedergli, nel mare magnum dell'Olo-Paradigma.

Il quarto,
quello di Spielberg, schiaccia gli altri con la forza dell'impatto visivo al punto che lo spettatore-lettore più attento (anche il libro, non lo si scordi, è pura fiction, e altrettanto gli intervistati di Blair non ci sembrano particolarmente attendibili) stenta a trovare le concordanze sia col telefilm sia col libro, concedendo comunque alla fine il massimo credito alle immagini filmiche.
Le quali assumono, nell'intricata e voluta confusione dei livelli e sfruttando il meccanismo psicologico dell'emozione, che porta lo spettatore a identificarsi coi singoli personaggi (cosa invece impossibile quando si compulsino fredde statistiche o grandi numeri, di per sé incongrui alla mente), lo statuto di Prima Realtà.

Ma sottrarsi alla verità, a quel po' di verità pur espressa dal secondo livello, non è, per Spielberg, così facile. E neppure egli lo vuole, ché meglio funziona la frode se mista a brandelli di vero (è noto che le mezze-verità sono ben più coerenti e «più vere» della verità).

Per cominciare, contrariamente allo Schindler spielberghiano, quello di Keneally:

1) non è l'industriale coperto di marchi che ci viene mostrato nel film, ma il figlio di un fabbricante di macchine agricole di Zwittau, Moravia, fallito nel 1935.

2) non solo non ama i tedeschi del Reich («la razza, il sangue e il suolo natio significavano ben poco per l'adolescente Oskar», amico dei presunti figli-prodigio del presunto rabbino liberale Felix Kantor, migrato in Belgio nel 1936), ma dopo gli accordi di Monaco è antistoricamente perduto in vagheggiamenti che, data l'epoca (pensiamo alle ventennali persecuzioni operate dai cechi - nella primavera-estate 1938 fuggono nel Reich 200.000 Sudetendeutsche - amabilmente definite da Keneally «qualche piccola follia governativa», alle smargiassate arti-tedesche di Praga e agli accordi ceco- franco-sovietici che, aggravati dal governo del Fronte Popolare e dalla guerra civile spagnola, fanno del mostro benes-masarykiano il trampolino per la bolscevizzazione dell'Europa), soltanto un personaggio inventato di sana pianta, e da un americano, può coltivare: l'indipendenza dei Sudeti («sembra che, non appena le divisioni tedesche furono penetrate in Moravia, Oskar abbia provato una grossa delusione nei confronti del nazionalsocialismo [...] Pare si aspettasse che l'invasore avrebbe permesso la fondazione di una qualche fraterna repubblica dei Sudeti. Successivamente dichiarò che era sgomento per come il nuovo regime angariava la popolazione ceca e ne sequestrava le proprietà. I suoi primi gesti documentati di ribellione risalgono ai primissimi tempi del conflitto mondiale»);

3) non segue i tedeschi a Cracovia dopo il settembre 1939, ma vi è già presente fin dal 1938.

4) non possiede capitali né fabbriche, ma viene scelto dai capi della comunità ebraica come fiduciario cui affidare, in attesa di tempi migliori, sia la fabbrica che il denaro per potenziarla.
Secondo Blair invece l'acquisto della Deutsche Emailwaren Fabrik, avvenuto nel dicembre 1939, non sarebbe invece né una cessione ebraico-sovvenzionata né un progetto autonomo di Schindler, bensì un'iniziativa voluta dalle SS («i servizi segreti gli danno il denaro per acquistare le macchine»); già arrestato dai cechi nel 1938, il Nostro acquista il complesso «soprattutto per coprire la sua attività di agente segreto». Anche se sarebbe già una ragione bastante il ricavare milioni di marchi («fino al novanta per cento della sua fortuna», dice Blair, gli viene dalla vendita delle stoviglie sul mercato nero), per gli operai «lo scopo di Schindler non era per niente chiaro».
Di tutto ciò, come anche dell'invio dell'Eroe da parte delle SS in Turchia per incontrare «l'ambasciatore tedesco von Papen» (non usa il più rapido e sicuro treno, ma vi giunge e ne torna con l'Horch scoperta, quasi in gita di piacere, attraversando senza scorta i Balcani infestati dalla guerriglia partigiana) e a Budapest per incontrare l'agente sionista Samuel Springman, né in Keneally né in Spielberg esiste traccia (il primo si limita ad accennare ad una sua vicinanza all'Abwehr dell'anti-«nazi» Canaris).

Licenza poetica, mera ignoranza o non piuttosto volontà di non sfiorare argomenti scottanti per l'establishment israeliano (tipo i contatti segreti tra nazionalsocialisti e sionisti per favorire l'allontanamento degli ebrei dall'Europa - vedi il caso di Rezsb Rudolf Kasztner)?

Convertita la fabbrica dalla produzione di stoviglie a quella di proiettili e divenuta quindi impianto di interesse militare, di fronte all'avanzata sovietica i macchinari e gli 800 operai vengono, secondo Keneally e Spielberg (Blair ci dà una versione differente), trasferiti da Cracovia nella località moravo-sudeta di Brünnlitz (Keneally scrive Brinnlitz).
 
E qui ecco avanzarsi la Lista. 


Per giungere ai 1200 nomi (la cifra incisa sulla tomba di Schindler a Gerusalemme) si adopera non il filmico braccio destro dell'Eroe, Yitzhak Stern, ma il coordinatore del personale, Marcel Goldberg.
Costui, che nel libro è il deus ex machina della faccenda, è l'uomo che inserisce i nomi in cambio di denaro o diamanti (in Blair: «prendeva tutto per sé [...] era il suo business personale», dice Mojsesz Pantirer il quale, non avendo preziosi da barattare, ricordandogli l'antica amicizia si sente rispondere: «Morirai qui, non andrai da nessuna parte senza diamanti»). Sempre in Blair, Irena Schek dice chiaramente che la Lista non è opera di Schindler né di Stern («Venne stilata in modo molto strano. Credo che tutti c'entrassero a stendere la Lista [...] ci furonoalcune vendette personali»).
Altro che l'ansia, la trepidazione che esprimono i volti dei due protagonisti spielberghiani! Ma perché i 400 non-schindleriani che occorrono (secondo Keneally) per arrivare a 1200 insisterebbero per unirsi al gruppo in partenza degli 800?
Non certo per tema dei tedeschi che, volendo, avrebbero potuto sterminarli con tutto comodo in ognuno dei sessanta mesi di occupazione, ma forse per paura, partiti i «nazisti», di venire aggrediti dai polacchi, notori «antisemiti» coi quali pendono conti secolari oggi ancora non saldati (non ultimo il fatto di venire da loro ritenuti i veri responsabili del conflitto).

Non dimentichiamo che ancora nel luglio 1946 scoppia il pogrom di Kielce, a somiglianza dei contemporanei moti antiebraici ungheresi (oltre che da David Irving, l'opposizione popolare ungherese all'ebraismo viene rilevata da Bruno Arcidiacono, il quale, riportando numerose testimonianze dell'epoca, sottolinea che «un'ondata di antisemitismo andava alzandosi nel paese, e ancor più ne intorbidava le condizioni sociali [...] moltissimi erano gli ebrei sia in seno alla dirigenza comunista, sia nei ranghi della polizia [...] e moltissimi ebrei erano "assetati di vendetta" nei confronti dei magiari. Di qui il "deplorevole comportamento" dell'AVO [la polizia segreta, n.d.A.], di qui la reazione popolare contro i suoi eccessi, di qui il fatto che tale reazione spesso si tingesse di antisemitismo»).

Quanto al fatto che lo strombazzato intervento di Schindler sia sempre stato, fino alla Necessità Rieducatoria blair-spielberghana, ritenuto insignificante dagli olo-scampati (a prescindere dalle ricostruzioni a posteriori dei «testimoni»), lo suggerisce il basso numero di persone che l'aiutano nel dopoguerra.

Il salvatore di 1200 eletti, nonché tenace persecutore postbellico dei «criminali di guerra» («con uno spirito addirittura implacabile», dice Keneally), se pure nel 1949 otterrebbe deldenaro dagli scampati per emigrare in Argentina (con moglie e amante ebrea, le quali lascia nel 1958 per tornare in Germania), se pure nel 1963 viene definito da Israele «Giusto delle Nazioni» (Blair dice che è il terzo della serie), vegeta poi per un decennio con una pensione mensile di duecento marchi in un monolocale a Francoforte.

Se lo Schwindler filmico (pardon, Schindler, ché il termine Schwindler, in tedesco «truffatore, mentitore, mistificatore», andrebbe applicato ai suoi ideatori) possiede nel film una qualche stimmata umana, tutti gli altri tedeschi sono psicopatici o cinicamente venali, in ogni caso tutti corruttibili (ad eccezione del gelido ispettore SS inviato a tirare le orecchie all'Eroe per avere baciato un'ebrea).
Cercando di farci credere che il tratto «nazista» della corruttibilità sia stato denunciato per la prima volta da Spielberg, Tas continua: «E qui s'impone una considerazione importante. È la prima volta che questo aspetto della corruttibilità tedesca ("magari criminali ma onesti", ecco uno degli slogan di più ampia diffusione) viene messo in evidenza. E cioè che i superuomini del Millennio hitleriano non erano solo i sadici assassini che nei campi uccidevano per un sì o per un no, ma in definitiva per un principio ideologico, sia pure aberrante [il Male Assoluto avrebbe in sé una certagrandezza, un certo fascino, togliamogli allora anche quello! n.d.A.]. No, erano anche corruttibili e corrotti, fin dentro quella immensa fornace della morte che fu Auschwitz [...]

Un uomo corrotto in genere non ha solidi princìpi né grandi ideali, fossero anche quelli demoniaci offerti dal credo nazista». E l'odio antitedesco - e non semplicemente anti-«nazi» - trasuda talmente virulento da ogni inquadratura che il primo ministro malese Mahathir bin Mohamad,
- colpito dal palese spielbergo-razzismo,
- non solo vieta la distribuzione della pellicola perché «riflette i privilegi e le virtù di una sola razza»,
- ma reagisce alle intollerabili pressioni: «Le nazioni asiatiche devono accordarsi contro la minaccia di venire colonizzate dagli USA.
- Gli USA sono sostenuti da un pugno di capitalisti occidentali che vogliono che gli asiatici gli si prostrino davanti».

Accusato di «antisemitismo», il governo di Kuala Lumpur viene però, nell'arco di qualche settimana, costretto a far marcia indietro dall'infuriare dell'«indignazione» planetaria, proprio mentre in Indonesia anche il capo islamico Ahmad Sumargono chiede l sequestro del film per incitamento all'odio e propaganda sionista, e altri paesi, come Filippine, Kuwait, Giordania, Siria, Iran e perfino l'Egitto mubarakiano, ne vietano la circolazione per la presenza di scene «di sesso» (ma Manila fa marcia indietro: a cassare il giudizio dell'organo censorio, che ha tagliato una scena di sesso di trenta secondi, interviene il presidente Fidel Ramos in persona).

Tornando però alle reazioni espresse durante le riprese (che, iniziate il 1° marzo 1993,durano 72 giorni) da alcuni dei massimi esponenti dell'ebraismo, nonostante la «riscoperta della mia ebraicità» - così Spielberg si esprime dopo il divorzio dalla démi juif Amy Irving e il matrimonio con la shiksa convertita Cate Capshaw (la madre Leali Adler è ortodossa del suo e gestisce a Los Angeles un negozio kosher) - l'operazione della Universal, associata con la Amblin e la polacca Heritage, è giudicata una dissacrazione della «solenne dignità» del luogo da Kalman Sultanik, vicepresidente del World Jewish Congress.
E ciò nonostante il film venga girato in uno splendido bianco e nero di tre ore e mezza e malgrado la garanzia offerta da una pletora di eletti facitori: sceneggiatore Steven Zaillian; fotografo Janusz Kaminski; scenografi Allan Starski ed Ewa Braun; montaggio Michael Kahn; musiche di John Williams; produttori il nostro Spielberg, Lew Rywin, Gerald R. Molen ed il pluri-scampato Branko Lustig, olo-esperto per aver già prodotto Sophie's Choice, War And Remembrance e Winds Of War.

A contorno: assistenza spirituale di rabbini, psichiatri e supervisori assortiti del Simon Wiesenthal Center. «Auschwitz è il più grande cimitero ebraico del mondo e noi siamo preoccupati per tutto ciò che, pur con le migliori intenzioni, può offendere la sua dignità», reitera nel gennaio 1993 Elan Steinberg, direttore del WJC, che teme il carico delle tonnellate di attrezzature e veicoli, delle duecento persone della troupe, delle decine di maestranze, dei cento attori e delle trentamila comparse. Poiché dei locali operativi della Massima Macchina Olocaustica restano solo rovine, il regista vorrebbe inoltre costruire delle finte camere a gas ed abbattere alberi per fare assomigliare il set, scrive Alessandra Farkas immersa in reminiscenze alla Attila, «di più al terribile luogo di morte dove neppure l'erba poteva crescere».

L'irriverenza che tale «operazione commerciale» comporterebbe per il Massimo dei Cimiteri è però un pretesto. A prescindere da eventuali attriti personali e dal timore di prestare il fianco agli attacchi degli studiosi revisionisti, esiste una terza e più valida ragione: la suscettibilità dei «veri responsabili»: «Ad aumentare l'irritazione del Congresso Mondiale Ebraico è stato il modo bifido con cui Spielberg ha ottenuto il lasciapassare per il suo film. Invece di presentare domanda, come si fa di solito in questi casi, al Comitato Internazionale che supervisiona il Museo di Stato di Auschwitz, il regista si è rivolto direttamente al governo polacco, giudicato da molti antisemita,scavalcando del tutto i veri responsabili delle sorti di Auschwitz».

Attonito, sempre all'epoca delle riprese, è il commento di Alessandro Camon, cui restano oscure le ragioni di tanta ostilità - e da parte ebraica! - nei confronti di un'industria filmica «storicamente abitata e retta in gran parte da ebrei». Proprio quando essa si prepara a realizzare il «vero» film sullo sterminio (i precedenti sarebbero pellicole che lasciano l'Olocausto «di per sé ineffabile»), inaccettabile è per Camon tale opposizione,«perché vedere "La lista di Schindler" sapendo che i muri sono di latta, che quelle docce non hanno mai veramente sparso gas, che quei forni non hanno veramente bruciato corpi umani, non sarà la stessa cosa. Ecco perché la scelta di impedire che le riprese si svolgano ad Auschwitz danneggia a mio parere la causa ebraica» (attendiamo che qualcuno avverta l'ignorante, benintenzionato goy che il cianuro sublima, a ben precise condizioni chimico-fisiche, da granuli di Zyklon B sparsi sul pavimento e che il gas pesticida non è mai stato né può essere, per inoppugnabili ragioni fisico-chimiche, bombolizzato).

Una volta presentato alle platee, il film però non solo spegne ogni dissenso, ma viene acclamato capolavoro (la prima mondiale è a Vienna il 17 febbraio in onore di Szymon Wizenthal, osannanti 760 personalità, tra cui, commossi alle lacrime, il presidente Kleistil e il cancelliere Vranitzky; in Germania, dopo la prima a Francoforte il 1° marzo, presente l'altrettanto lacrimevole presidente von Weizsäcker, tre milioni di spettatori entrano muti nei cinema nelle prime sei settimane e altri due nel mese seguente; negli USA quindici milioni in cinque mesi; in Francia due milioni e in Italia quattrocentomila in tre mesi).

Il tutto, al fine di schiacciare, attraverso la suggestione di centinaia d'immagini degne del più torbido fantasticare sadistico, sia le sempre più inoppugnabili conclusioni degli studiosi revisionisti, sia l'analisi permessa a chiunque sia in grado e voglia usare il proprio raziocinio (semplicemente impagabile la faccia tosta di Moment, «The Jewish Magazine for the '90s», che chiede ai lettori: «Is Schindler's List unfair to the Nazis?, è Schindler's List scorretto, disonesto, ingiusto nei confronti dei nazisti?»).

Il giovane, aitante Hauptsturmführer, capitano (Blair dice che era Untersturmführer, sottotenente, ma ce lo mostra coi gradi di capitano), anzi olo-parlando: «la belva SS», si allena infatti, per Spielberg, al bersaglio a mo' di serial killer statunitense, sparando con fucile a cannocchiale sui detenuti, specie se «inutili», dalla finestra della villa e poi stuzzicando col fucile l'amante (che, nuda tra le lenzuola, sbotta: «Oh, dio, Amon, e smettila di fare il bambino stronzo!»). E tuttavia, spiega il gelido inglese Ralph Fiennes che l'impersona, Göth è «un essere umano vulnerabile che ha paura della sua debolezza e allora uccide, come fosse una droga. Quando spara dal balcone e colpisce a caso gli ebrei si sente un adolescente che gioca a Space Invaders in un parco dei divertimenti [...] distruggere qualcosa senza pericolo dà un senso di completo potere, quasi di estasi».

Per inciso, il vero Göth, già evacuatone del ghetto di Lublino secondo Blair, catturato dagli americani e «passato» ai polacchi (viene impiccato a Cracovia il 13 settembre 1946), non solo era uno stempiato borghese di mezza età, ma viveva in una casa separata dal campo da una collina che impediva ogni tiro al piccione (a differenza di Spielberg, Keneally romanza anche sul fatto che «esattamente due anni» prima Göth era stato arrestato «a Vienna» dalle SS con l'imputazione di mercato nero e che, «scarcerato, a Breslavia, a causa del diabete», si era poi recato a Brünnlitz a pietire, invano, aiuto da Schindler).

In ogni caso, commenta Antonio D'Orrico, «molta gente era soggiogata dal suo sinistro fascino e pronta a tutto per lui». E ciò a tal punto che una delle ex amanti, l'ebrea Ruth Kalder detta Majola, madre di una sua figlia, ricorda a Blair che: «Non era un assassino brutale, non uccideva gli ebrei per divertimento. Non li odiava. La sua opinione era come quella delle SS, che gli ebrei erano lì solo per lavorare», negando invece («ancora nutrita di antichi risentimenti», postilla il D'Orrico), la generosità di Schindler: «Lei pensa davvero che Schindler amasse gli ebrei? Oh, no! Era solo un adorabile opportunista.
Aveva bisogno degli ebrei e perciò lavorava con loro. Ma non li prese mai a cuore». « È una scena dura da guardare» - predica D'Orrico - «e proprio per questo bisogna guardarla, specialmente in questo momento storico quando, come fa Majola nei confronti di Göth, c'è chi tenta di negare l'effettiva portata degli orrori che i nazisti compirono nei confronti di sei milioni di ebrei [...] Succede anche questo, che c'è chi attacca Schindler e difende Göth».
Incessante foscheggia la nazi-barbarie attraverso una sequela di ributtanti quadri che compongono, poiché un'effettiva trama non esiste, un vero e proprio Holocaust Park.

Come detto, a differenza che in altre pellicole nessun tedesco buono esiste a farci sperare in qualche scheggia di umanità non ebraica (nel «documentario» di Blair un «testimone» afferma di avere impetrato al carnefice lo Gnadenschuß, il colpo di grazia, per un correligionario ferito, ma di essere stato costretto a seppellirlo vivo, a versargli sopra petrolio e a «continuare a bruciarlo»).

Suggestivi i richiami «storici»: 


1) il taglio dei riccioli a un ebreo ortodosso, in segno di spregio, fuori della porta del ghetto (vedi il celebre fotomontaggio pubblicato per la prima volta dall'olo-pubblicista tedesco Kurt Zentner)

2) il frenetico tourbillon delle ebree nude in attesa di selezione (vedi l'altrettanto famoso fototrucco di Eugène Aroneanu e cento altre «foto»), al fine di dare allo spettatore, causata dai sobbalzi della cinepresa,una nausea anche fisica

3) i mucchi di effetti personali

4) i capelli tagliati alle donne «per i sottomarini» o, a scelta, «per i materassi»

5) la riesumazione dei cadaveri per cancellare ogni traccia (come nell'ignobile favola di Babi Yar).

Ancor più maligne le pure invenzioni:

6) l'esecuzione, col classico colpo alla nuca bolscevico, di un vecchio mutilato, incapace di spalare la neve

7) l'uccisione degli infermi del lazzaretto da parte dei medici ebrei mediante la somministrazione di un pietoso veleno, mentre implacabili giungono i tedeschi

8) il giovane SS, sentimentale e al contempo inumano, che tra spari, urla e lampi terrifici suona al piano, languido, Mozart durante l'evacuazione-strage del ghetto

9) l'inganno e il metodico spoglio delle valigie dei deportati

10) la raccolta dei denti d'oro strappati ai cadaveri e gettati sul tavolo da una lattina; mancano olo-sapone e gli olo-paralumi, ma Keneally mica è di mano leggiera: «C'erano grandi quantità di anelli da bambini e bisognava mantenere un freddo controllo delle proprie emozioni sapendo la loro provenienza. Solo una volta i gioiellieri vacillarono: quando gli uomini delle SS aprirono una valigia da cui rotolarono dei denti d'oro ancora macchiati di sangue. In un mucchio ai piedi di Wulkan erano rappresentate le bocche di un migliaio di morti, ciascuna delle quali gli gridava di alzarsi in piedi e proclamare l'infame provenienza di tutti quei preziosi» (altrettanto imaginifico è Otto Friedrich: «otto prigionieri che erano stati dentisti [...] spalancavano la bocca di ogni cadavere ed estraevano tutti i denti e i ponti d'oro che trovavano; questi venivano gettati in un secchio contenente un acido che liminava eventuali residui di carne e di osso [...] con questa operazione si ricavavano da nove a dieci chilogrammi d'oro al giorno» - a fare di conto, ogni ex possessore di denti, ambini compresi, avrebbe dovuto quindi avere un carichetto d'oro in bocca)

11) la fucilazione, senza pensarci due volte, di un bimbo che fugge impaurito, seguita da quella ella povera madre (Keneally è più delicato: «strapparono gli oggetti di valore dalle dita,dal collo e dal taschino. A una ragazza che non voleva consegnare la pelliccia ruppero le braccia; un ragazzo di via Ciemna che voleva tenersi gli sci fu colpito a morte da un proiettile»)

12) la demolizione delle lapidi da un cimitero ebraico, usate per lastricare l'entrata del campo di Plaszow, costruito sul cimitero (lapidi che, dice Paolo Salom, «sono ancora là», mentre le baracche, pur non essendoci più, non sono state distrutte: i tedeschi, da maniaci dell'ordine, «poco prima che arrivassero i russi, hanno accuratamente smontato e numerato ogni cosa per spedirle dove ancora potevano essere "utili"» - nell'autunno 1944, coi russi alle calcagna!)

13) l'esecuzione di una detenuta-ingegnere (laureata, nella versione italiana, «all'università di Milano»), mentre avverte,sollecita, Göth degli errori compiuti dai tedeschi nella costruzione delle baracche (ebrea al pari di Marx: gli intellettuali vanno eliminati!)

14) l'arbitrio delle SS: «Non esistono regole sicure cui aggrapparsi»

15) la passeggiata di Göth tra i detenuti sul suo incredibile cavallo bianco

16) l'alternarsi di periodi di follia nella sua mente: vedi il ragazzo che,non essendo riuscito a pulire la vasca da bagno, viene dapprima graziato, indi steso a fucilate (ma Keneally avverte: «In realtà, si trattava di tutt'altra questione: la trasgressione commessa da Lisiek era consistita nell'approntare un calesse [...] senza prima chiedere il permesso del comandante»)

17) la disperazione delle madri che inseguono i camion sui quali, come fa il pifferaio di Hamelin, vengono attirati i bambini per essere portati alle camere a gas (o, scelga lo spettatore, per essere, così suona una recensione, «sottoposti agli esperimenti chimici»)

18) i bambini che cercano scampo nei posti più impensati, fin nelle latrine (a dare allo spettatore la piena coscienza dell'evento, sarebbero state opportune le tecniche odorose della Smell-O-Vision o dell'Aromarama!)

19) l'arsura dei rinchiusi nei carri-bestiame nella torrida estate

20) la cenere dei cremati che vola nell'aria, calando sui tetti delle auto a Cracovia

21) l'enorme pira fumante, con tanto di nastro elevatore dei corpi

22) il folle urlo del biondo milite ariano, la mente stravolta, mentre sullo sfondo ardono, meglio che legname, i cadaveri accatastati

23) nella notte profonda, il fuoco luciferino che fuoriesce dai camini di Auschwitz (i camini, almeno quelli tedeschi, vengono invero costruiti appositamente per portare al cielo le fiamme)

24) le impeccabili divise dei militari (sono sempre tedeschi, che diamine!) e le impassibili sorveglianti armate di frustino

25) dietro ermetiche porte, l'insopportabile tensione delle donne denudate - talune in carne, talaltre meno - e le docce dalle quali esce, liberatoria, l'acqua al posto del gas atteso dallo spettatore.


Arguti di purissimo spirito talmudico sono altri episodi, quali :

26) l'imbroglio ideato dal contabile Stem per salvare il professore di storia, trasformato ipso facto in operaio specializzato sotto gli stolidi occhi tedeschi

27)le madri che, mentre imperversano urla, pianti e spari durante l'evacuazione del ghetto,celano i gioielli in pezzi di pane, che fanno inghiottire ai bambini

28) l'astuzia del bambino che, per salvare il colpevole del furto di una gallina, ne denuncia autore il detenuto innocente assassinato da Göth (tanto, è già morto: serva dunque a salvare chi è ancora in vita).


Ancora più astuta è : 


29) l'operazione di dezinformacija compiuta dal motto: «Colui che salva una sola vita salva il mondo intero». Occhieggiante dalle locandine e reiterata più volte nel film - del quale dovrebbe costituire l'etico fil rouge - la massima ci viene presentata come un distillato di purissima umanità, la quintessenza dell'etica giudaica. Ma solo i più disinformati (vale a dire il novantanove e rotti per cento degli spettatori) possono credere alla correttezza del riferimento. In realtà, ammette Rabbi Joseph Telushkin, il vero pensiero, espresso in testi non purgati di Mishnah Sanhedrin 37 a, non solo è difforme, ma radicalmente diverso:

«L'Uomo, per insegnarti, fece perciò in modo che ognuno che distrugge un'anima ebraica fa, secondo la Torah, come se avesse distrutto l'intero mondo. E ognuno che salva un'anima ebraica fa, secondo la scrittura, come se avesse salvato l'intero mondo».

Incommensurabile agli occhi di Dio è infatti, per la sapienza giudaica come è stata predicata e recepita da cento milioni di eletti in due millenni, solo la vita dell'ebreo, non quella dell'«uomo» e tantomeno di un goy.
E questo anche se Telushkin aggiunge che: «Questa diversità non cambia il senso, perché la dimostrazione del valore incommensurabile della vita umana discende da Adamo, e Adamo non era un ebreo» (il medesimo spirito talmudico mostra, offesa, una lettrice di Jewish Week, della quale il 10 febbraio il giornale riporta i lamenti: «Ho udito un gruppo di donne ridere e dire: "Oh, ma questo è un film ebraico". Mi sono fermata e ho ricordato loro che non era un "film ebraico", bensì un film su esseri umani»).
 
Semplicemente ameni altri episodi:  


30) i nascondigli più inverosimili nel ghetto, a mo' del Maus di Art Spiegelman (sotto un tappeto, dentro un pianoforte, etc) e il gioco a guardie e ladri tra SS ed ebrei per le scale e gli androni

31) l'allineamento, per l'esecuzione con un unico sparo, di sette ebrei, cinque dei quali vengono trapassati, mentre per gli altri occorre sprecare ancora due colpi, l'innaffiamento dei muri con pallottole durante l'evacuazione del ghetto, come i colpi non costassero niente

32) il plurimo, imbarazzante inceppamento delle rivoltelle nella tentata esecuzione dell'indolente sabotatore rabbino-operaio (cui farà da pendant il ridicolo accanimento degli impiccatori di Göth nel rovesciare a calci la sedia su cui è ritto col cappio al collo) e lo sparo in cielo dell'ultimo colpo (tal quale i cartoons, dove lo spettatore vede piombare a terra un uccello)

33) lo sfogo psicoanalitico di Göth, che appaga il proprio ego a suon di percosse sulla domestica-amante Helen Hirsch, «una delle sue vittime preferite che [chiarisce il D'Orrico] poteva essere violentemente punita per colpe inesistenti o risibili: come, ad esempio, aver preparato il caffè a un ospite o aver buttato gli ossi avanzati dalla cena senza prima informarne Göth» (in Blair la scampata ricorda del Mostro, tra l'odio e il rimpianto: «Prima di tutto era un sadico, ma aveva un aspetto bellissimo [...] aveva Satana dentro di sé»)

34) la crescita progressiva della pancia del Mostro, fino a farci sospettare il prossimo parto di un Alien (operazione opposta a quella di Willem Dafoe in Triumph of the Spirit, «Oltre la vittoria», di Robert M. Young, 1990: per esigenze sceniche Fiennes viene costretto a ingurgitare pinte di birra e ipercalorie, ed aumenta di dodici chili), spiegata da Fiennes sempre in base a criteri psicoanalitici: « Göth era consapevole del proprio incredibile potere, quello di vita e di morte su esseri umani. La pancia degli uomini potenti rappresenta, spesso un'espressione fisica di questo potere. Crea maggiore spazio attorno. E quasi un simbolo fallico»

35) il sincopato «Heil Hitler» - cattivo fino all'ultimo! - prima che il cappio gli stringa il collo

36) il ridicolo/simbolico arrivo del solitario ufficiale sovietico in sella ad un cavallino, che promette più felici orizzonti, scena preceduta...

37) dall'incredibile piagnucolare a catinelle di Schindler, che nell'ultima notte si rimprovera singultando di non avere salvato qualche altro eletto barattandone la vita con la lussuosa Horch.


Stupende nella loro assolutezza metafisica altre inquadrature:

38) la corsa di un plotone di soldati ad ghettum evacuandum, in un clima di terrifica Notte e Nebbia

39) l'incedere di un gruppo di medici, lunghi camici bianchi, professionali fonendoscopi al collo, in capo eleganti Schirmmütze, entità disincarnate, candidi angeli sterminatori al pari di quelli neri himmleriani disegnati per propaganda bellica dal vignettista australiano David Low.

Ci permetta a questo punto il lettore una qualche comparazione tra il lavorio di Spielberg e il filmato di Blair.

Innanzitutto questi (di poco più fede degno del primo) ci dice che, nell'agosto 1944, 700 Schindlerjuden vengono improvvisamente portati a Cracovia e a Plaszow e di lì al «campo di sterminio di Mauthausen» (in Austria e in un campo non «di sterminio»!), ove scompaiono (nulla di ciò è in Spielberg). Restano «circa 300 sopravvissuti», ma Schindler, dopo che gli hanno inviato a morte i 700 già esperti, viene autorizzato a portare a Brünnlitz non solo loro, ma «1000 operai specializzati in metallurgia» (60 gli vengono offerti dalla ditta Julius Madritsch).
Quanto allo schindleriano trasporto da Plaszow di cui ai punti 23, 24 e 25 (l'unico convoglio che in Spielberg giunge ad Auschwitz per errore), in Blair tal Ludwik Feigenbaum dice che lui e 800 uomini, invece di venire inviati nel campo di Brünnlitz, il 15 ottobre 1944 finiscono, per errore, in quello di Gross Rosen («Ci sbatterono subito sotto la doccia [...] non eravamo sicuri se ci fosse gas o acqua»).
Qui restano tre giorni, finché l'Eroe non piomba a salvarli (ma Blair, sconcertato dalla diversità delle «testimonianze», commenta asciutto: «Le versioni differiscono sulle circostanze esatte della liberazione e se Schindler fosse presente o meno»).
Due giorni dopo il recupero degli 800, quindi il 20 ottobre, parte da Cracovia per Brünnlitz un secondo convoglio con 300 donne (quello di cui parla anche Spielberg), che dopo dodici ore (Auschwitz dista da Cracovia 65 km, all'epoca due ore di treno locale) giunge, sempre per errore, ad Auschwitz (ora capiamo perché i tedeschi hanno perso la guerra: coi treni che andavano ovunque, tranne che dove dovevano andare!).
Qui, testimonia Ludmilla Pfefferberg, se le pure docce «in effetti non c'erano», «il cielo era tutto rosso e c'era un odore sgradevole» (nel "Calendario degli avvenimenti nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau", Danuta Czech riporta che la sera del 22 arrivano da Plaszow - cortese imbeccata per Spielberg? - «oltre 2000 ebree [...] passeranno la notte nella cosiddetta Sauna»). Selezionate da
Mengele-Angelo-della- Morte, le 300, dice la Schek, restano a Birkenau tre settimane (la Czech annota che il 23 vengono trasferite nel campo di transito B11c 1765 donne, mentre le restanti sono uccise col gas), al termine delle quali, come a Gross Rosen, piomba il Salvatore.
Scomparso per tutto quel tempo in quanto arrestato dopo Göth per truffe di mercato nero, l'Eroe strappa al gas le donne (in cambio di una notte di fuoco che una sua amica ceca procura a un ufficiale di guardia). Pur «marchiate» per essere rintracciate in caso di fuga («le imbrattarono di pittura prima di lasciare Auschwitz»), le 300 giungono infine a Brünnlitz. Per inciso, in precedenza Blair ci ha detto che Schindler è stato arrestato tre volte e che ha «trascorso in tutto una settimana in prigione» - cosa che invero non giustifica il perché l'Eroe non si sia occupato dei suoi ebrei per ben tre settimane (anche perché, abbiamo testé detto, il rilascio sarebbe dovuto soltanto alle «buone grazie» dell'amica ceca).

Dopo tutto questo, e altro, tourbillon ferroviario - in Blair un terzo convoglio trasporta «nuovi prigionieri ad Auschwitz da Brünnlitz, tutti i bambini con i loro padri» (che verranno comunque salvati anche loro, anche se non ci si dice come); in Steinbach e Tuchel quarta versione: nessuna deviazione e nessuna perdita, alle 300 donne e ai 700 omini cracoviani si aggiungono da Auschwitz un centinaio di detenuti mai visti prima e «completamente privi di forze», per arrivare ai canonici 1100 brünnlitziani - la nuova fabbrica inizia a produrre munizioni.
Più precisamente, dice Feigenbaum, essa «era in piena attività ogni giorno, ma non produsse nulla» a causa del sabotaggio ideato dall'Eroe. Tuttavia, per celare il fatto alle SS (qualche «nazi» meno stupido poteva pur esserci, ad esigere la consegna della roduzione), il Nostro «comprava al mercato nero alcuni dei prodotti che avremmo dovuto fabbricare», facendoli passare per suoi (come se sul mercato potessero trovare a volontà munizioni e materiale bellico sofisticato nuovo di zecca e se l'altra fabbrica non dovesse a sua volta render conto della propria produzione).

Stupenda infine nella sua assurdità è la fuga davanti ai sovietici:

mentre in Spielberg l'Eroe parte con 1'Horch insieme alla trepida moglie dopo avere rivolto un commovente pistolotto agli operai, in Blair porta seco anche l'amante, scortato «verso la Svizzera» da un gruppo di ebrei su un camion che trascina due rimorchi, non si sa pieni di cosa (il peso del supercamion è di trenta tonnellate, assicura compunto l'ex autista Ryszard Rechen: quello di un moderno autoarticolato!). Nel viaggio «a ottanta/novanta chilometri all'ora» su strade sconnesse e intasate non solo si rompono i freni (poco male, ché all'occorrenza due ebrei posti sui parafanghi frenano il bestione mettendo sotto le ruote «dei grossi pezzi di legno»), ma la brigata incrocia diversi reparti in ritirata. Su questi il buon Rechen riversa il proprio sarcasmo: comparsi da un bosco cinque cosacchi, i tedeschi «che erano un migliaio e trasportavano armi pesanti[ ...] fuggirono a gambe levate urlando Ivan, Ivan komm».

Il solo a non perder la testa è un ufficiale che, invece di trattenere i suoi uomini, alza una mano e «in perfetto tedesco» (e da perfetto imbecille) dice a Rechen: «Kameraden, keine Angst, weiterfahren», camerati, nessuna paura, proseguire! Terza versione in Steinbach e Tuchel: Oskar ed Emilie, rimasti nella loro casa nei Sudeti, vengono espulsi «aus Böhmen» (come sia possibile non sappiamo, visto che sia Zwittau che Brünnlitz sono in Moravia) e i loro beni vengono confiscati dal governo ceco.

Ma perché Schindler fece quello che fece? Perché si mise a rischiare la vita per gente che conosceva appena? «Perché non c'era altra scelta», risponde lui stesso, mandando in deliquio il D'Orrico: «Che è un'affermazione molto simile a quella che gli eroi dei film d'azione americani, quelli prediletti da Spielberg, amano dare per tagliar corto a discorsi che potrebbero diventare imbarazzanti.

"Perché l'hai fatto?". "Qualcuno doveva pur farlo", è la secca risposta dell'eroe».

Ovvio quindi, dopo tanto olo-lavorio profuso in ogni inquadratura, che «the most affirmative movie ever made about the Shoah», la più incisiva pellicola mai girata sulla shoah, non possa che essere definita da Newsweek «movie of the year», mentre tutta una schiera di correligionari si spertica in lodi:

«Coinvolgente, poderoso, immenso. Un film incredibile»........................................................................... (Joel Siegel, Good Morning America)
«Una vera dimostrazione di come il cinema può illuminare il cuore umano»........................................... (Peter Stack, San Francisco Chronicle)
«Una memorabile e impressionante pellicola, già entrata nella storia del cinema»...................................... (Michael Medved, New York Post)
«Una pellicola monumentale».................................................................................................................................. (Gene Shalit, The Today Shot)

Anche il più autorevole periodico americano di cinema, Variety, in una recensione in prima pagina (cosa mai accaduta), la qualifica ...............«opera straordinaria sotto tutti i punti di vista».

Egualmente soccorre Time:.........................................................................«Brillante, potente, un vero e proprio evento cinematografico»,

spalleggiato da

Entertainment Weekly:.......................................................................................................... «La busta, prego: finalmente l'Oscar a Spielberg».


E la busta arriva:


dopo tre Golden Globe, i premi della stampa estera di Hollywood, per miglior film, regia e sceneggiatura, e dodici nominations, olo-fiction viene gratificata da ben sette Oscar il 21 marzo 1994, in una sessione allietata dalle insipide battute della negra démi juif Whoopy Goldberg (il trionfo viene completato, con giusto parallelismo, da tre altre statuette assegnategli per Jurassic Park).

Non manca, le lacrime agli occhi, il ragazzone arkansasiano che dalla Casa Bianca singulta:........................................... «Ho visto Schindler's List. Vi imploro tutti, go see it!: andate a vederlo!».
Parimenti commosso dall'anteprima, Billy Wilder, vecchia volpe professionista, si lascia andare, in tedesco: ..................«Già dopo i primi dieci minuti avevo dimenticato che fosse un film.
Non mi curavo più dell'angolazione delle riprese e di tutte quelle cose tecniche...semplicemente, questo realismo assoluto mi aveva esorcizzato [ich war nur gebannt von diesem totalen Realismus].
Comincia come un vecchio cinegiornale... così difficile da realizzare che pare davvero reale. E mi creda, queste immagini sono così vere che corre un brivido per la schiena [...] Quando uscì il romanzo subito pensai che bisognava assolutamente farne un film. Parlai con l'Universal, ma la casa aveva appena comprato i diritti per Spielberg [...] Poi il progetto andò in fumo e Spielberg voleva far tutto da solo.

Mentre lavorava al copione di Schindler's List, si dedicava anche al montaggio di Jurassic Park. Provi a immaginare: a sera, chiuso il copione, da Hollywood alla Polonia correvano via satellite le scene dei dinosauri, e lui le montava... due film giganteschi contemporaneamente [...] Adesso sono molto ansioso di sapere come verrà accolto il film nel paese delle teste rasate [im Land der Glatzköpfe]. In Germania, in Austria, in posti come Karlsruhe e Linz [...] Sappia che il compito più importante di questo film è confermare per l'eternità che questi inconcepibili orrori sono davvero successi [Wissen Sie, die wichtigste Funktion dieses Films ist: er hält für alle Zeiten fest, daß diese nfaßbaren Greuel wirklich geschehen sind]. Non dobbiamo dimenticarlo».

In Israele la prima proiezione, il 3 marzo, presenti il presidente Ezer Weizmann, il primo ministro Rabin e l'olo-scampato Shevah Weiss, presidente della Knesset, suscita invece giudizi contrastanti, il più equilibrato dei quali lo esprime su Ha'aretz lo scrittore Tom Segev, uno dei pochi stroncatori dell'opera:

- «Non mi sembra sia necessario drammatizzare ulteriormente l'Olocausto.
- Spielberg lo ha ricostruito e falsato in un'opera che spesso sfiora la pornografia.
- Inutili e volgari gli effetti speciali sui corpi delle donne nude mentre entrano nelle docce comuni e nelle camere a gas.
- Gli attori che impersonano i nazisti parlano inglese con accento tedesco, così come avveniva nei film di guerra americani di seconda categoria negli anni Cinquanta.
- Forse era addirittura meglio il serial televisivo sull'Olocausto prodotto alla fine degli anni Settanta negli Stati Uniti.
- Almeno quello non aveva pretese intellettuali.
- Spielberg invece si presenta come il nuovo profeta dello sterminio, restando però estremamente superficiale, non ci dà nessuna nuova spiegazione, semplicemente decade nel kitsch.
- Forse Spielberg aveva bisogno dell'Olocausto per fare la sua storia,
- certo l'Olocausto non aveva bisogno di lui per essere raccontato».

In un'aspra critica seguono Segev anche Jay Hoberman, Philip Gourevitch e Rabbi Hirsch Ginsberg, capo dell'Unione dei Rabbini Ortodossi d'America, mentre il commediografo/sceneggiatore David Mamet rincara la dose:

«Schindler's List non è altro se non pornografia emotiva. In Israele mi hanno raccontato due barzellette: "Sai perché si è ucciso Hitler? Gli era arrivata la bolletta del gas"
e
"Non c'è business come lo shoah business".

Sono rivoltanti?
Forse. Ma usano la forma drammatica per trattare il problema, insolubile e oppressivo, del genocidio [che insolubile in realtà non sarebbe se potesse essere trattato come argomento storico e non teologico-psico-fantascientifico, n.d.A.].

Schindler's List, invece, è solo un modo per fare soldi dal genocidio [...]
Non vediamo l'Olocausto. Vediamo un film dove gli attori simulano un dramma per permettere al pubblico di esercitare la propria compassione».

L'Operazione baciata dagli Oscar non è quindi educativa?
Non serve per imparare la storia?
Non è un'occasione per non dimenticare?

Asciutto (e riduttivo, per quanto ardito) risponde Mamet, il quale per Gianni Riotta predicherebbe «l'assoluto rigore della memoria, senza indulgenze spettacolari»:

«Non è cultura, è melodramma. Il pubblico non impara niente [troppo buono, Mamet! per quanto abbia strabico l'occhio, il nostro Stevie è più intelligente di quanto si creda!, n.d.A.] se non la lezione di ogni polpettone: "Siete migliori dei cattivi". Il film è nefasto. Non siamo migliori dei nazisti, possiamo essere mostri o eroi». Su un piano più astratto si pone Harold Bloom, il patriarca dei critici letterari americani: «Non ho visto il film di Spielberg né intendo vederlo. Non ho visitato il Museo dell'Olocausto né intendo farlo. Ma non ho nemmeno visto Shoah, il grande film colto sul massacro degli ebrei, girato da Claude Lanzmann [come possa qualificarlo «grande» e «colto» senza averlo visto, non riusciamo però a capire, n.d.A.]. Credo si tratti di lodevoli progetti, per far ricordare a una razza umana che sempre tende a dimenticare.
Ma quanto al valore estetico, io non ho trovato nessun lavoro sull'Olocausto, letterario e non, che abbia raggiunto cime estetiche. E non chiedermi nomi, mio caro, quando dico nessuno intendo nessuno».

Ben più deciso è invece Frank Rich, critico cinematografico del New York Times, che il film l'ha dovuto vedere per professione e che il 2 gennaio ha stroncato la «pseudo- documentary camera work»
con parole che, se pronunciate da un goy, avrebbero valso a questo l'anatema di «antisemitismo»:

«Schindler's List è il nuovo messia della cultura ebraica; l'antidoto al terrorizzante sondaggio compiuto dalla Roper nel 1993, nel quale il 2 per cento degli americani ha espresso pubblicamente il dubbio che lo sterminio nazista degli ebrei sia davvero avvenuto» (in Inghilterra e in Francia, grazie a Jahweh, la cifra è solo del 7 per cento). Quanto all'Italia, anche Tullio Kezich, pur fervido adepto jurassicparkiano («tutti, o quasi, ammettono che Schindler's List è un grande film: sono contrari solo i neonazisti, gli snob o quelli che sull'Olocausto hanno firmato pellicole meno fortunate», e con ciò Mamet e Bloom sono serviti: scelgano se essere neonazisti o appartenere alle altre categorie, quasi altrettanto infami), mette avanti le mani: «In realtà per l'autore (classe 1947) il lager è un paesaggio della fantasia, non meno dell'isola Nublar [quella di Jurassic Park, n.d.A.] regredita alla preistoria: in entrambi i casi la violenza si scatena sul gruppo dei nostri eroi, in tutti e due i casi qualcosa si salva per erito di un fai-da-te _che è un tratto tipicamente americano [...] Pur girando sui luoghi veri, il regista si è inventato un inferno su misura, attraversato da tutti i fantasmi del cinema sulla Seconda Guerra mondiale. Chi gli contrappone le immagini austere dei documentari dimentica che qui siamo in piena fiction».

«Come film è grande» - aggiunge lo scampato Yossef Bau - «Ma quanto alla sua relazione coi fatti di quegli anni, meglio non parlarne».

Egualmente sferzanti le parole di Emilie, la vedova di Schindler, vivente nei pressi di Buenos Aires, che, dopo avere assistito alla preview sei mesi avanti l'uscita nelle sale, così si esprime in un'intervista riportata dalla Folha di San Paolo del Brasile, 14 ottobre 1993:

«[Spielberg] è un giovane cortese, ma il film è falso. Il libro che è alla base del film non è corretto; contiene troppe cose inventate [...] Mio marito non era niente, era uno sciocco buonannulla».

Attoniti per la disastrosa ripercussione di tali parole, i Benintenzionati corrono ai ripari: la vegliarda viene portata in aereo negli States per rivisionare il film alla presenza di Clinton; non soddisfatti, i Pii la soccorrono altre due volte, facendole sorbire a Buenos Aires altre sette ore di lavaggio cerebrale (giudichi il lettore se non sia tortura lo sballottare a destra e manca un'ottantaseienne, infliggendole quattordici ore di «Lista»). Detto fatto, 1' 11 marzo 1994, uscito il film nelle sale e ripreso il battage, la Folha riporta, con un incredibile titolo a tutta pagina: «La ficciòn es màs eficaz que el documental»,

.... che la Rieducata sostiene che la prima volta «non avev[a] visto bene il film» e che «in verità, quello che [i tedeschi] facevano alle persone era molto peggio, molto peggio» (idem nel filmato di Blair undici anni innanzi: «Le SS venivano pagate perché non sparassero alla gente per crudeltà»).

Esultanti, i responsabili dello Yad va-Shem (il museo dell'Olocausto a Gerusalemme) e del ministero dell'Educazione israeliano, annunciano l'intenzione di proiettare il film nelle scuole e di diffonderlo il più possibile come strumento educativo.

Il settantatreene Moshe Bejski, scampato schindleriano, giudice della Corte Suprema israeliana e presidente della Commissione di Yad va-Shem per la Nomina Internazionale dei Giusti delle Nazioni, confida antiche perplessità: «Avevamo tutti un gran timore che un film sull'Olocausto potesse diventare uno spettacolo hollywoodiano [cosa peraltro successa, n.d.A.]; il fatto poi che la storia fosse stata ricostruita da un australiano, nato dopo la guerra e che di Olocausto non sapeva proprio nulla, ci spaventava ancora di più.
A film ultimato, però, devo confessare che queste preoccupazioni sono state fugate».

Soddisfatto dell'ultimo capitolo di Pedagogia Rieducatoria, perno per nuove operazioni di polizia mondialista, Bejski conclude: «A cinquant'anni dall'Olocausto, quando molti vogliono dimenticare, un film come questo di Spielberg è quanto mai attuale; la sopraffazione, la crudeltà non sono finite, esistono nuovi, terribili "olocausti" nell'originale, tra virgolette, poiché i nuovi sterminii sono, giusta Fackenheim e Wiesel, olocausti per modo di dire, n.d.A.] nell'ex Jugoslavia, nell'Afghanistan, nel Biafra, la cui presenza è intollerabile: bisogna fermarli, prima che si debbano ricontare nuovamente milioni di morti».

E nuovamente torna la questione, centrale, della legittimità d'Israele. Con la solita chutzpah allucinato-ricattatoria è Dan Margalit a lamentare su Ha'aretz l'intervento censorio del Cairo, «segnale di sfiducia nei rapporti con Israele, [che] danneggia ancora di più lo sforzo di altri paesi come la Giordania di diminuire l'intensità del conflitto nel Medio Oriente»: «Coloro che vorrebbero minare i fondamenti della sovranità israeliana intuiscono che la simpatia per le esigenze e i diritti israeliani aumenta nella misura in cui ci si accorge dell'unicità del popolo ebraico nella più terribile tragedia della storia. Per questo provano a sminuire il legame fra l'ebraismo e l'Olocausto. Dagli stati arabi ci si aspettava una particolare comprensione per questa sensibilità ebraica, visto che nel giudizio storico gli incontri tra la Germania nazista e i popoli del Medio Oriente sono stati un fallimento». Usando con rozza disinvoltura una rozza accetta per rozzamente mutilare la complessa storia interbellica, Margalit taccia gli arabi di colpevole preveggenza nostradamico-olocaustica, investendoli di «una responsabilità indiretta, visto che la loro pressione sull'Inghilterra causò la chiusura delle porte d'Israele [rectius: di Palestina] e la piena realizzazione dei decreti del Libro Bianco del maggio 1939 (che limitavano l'immigrazione ebraica in Palestina), aiutando a intrappolare gli ebrei d'Europa nel continente che bruciava».

Malgrado l'insensibilità dimostrata dai palestinesi, spumeggia il Magnanimo, non va loro negato il diritto ad avere uno Stato, «anche se [...] nessun altro popolo ha sofferto come quello ebraico» e se «a proposito del conflitto coi palestinesi si è fatto un uso improprio i termini come genocidio, quando in realtà [...] si trattava solo di una violenta lotta tra due nazioni, fatto molto comune nella storia.
Tutti i popoli hanno diritto alla propria sovranità e a un proprio Stato, anche se non hanno subito ciò che hanno subito gli ebrei durante l'Olocausto» (corsivi nostri). Non è proprio il caso, comunque, di preoccuparsi, conclude il Furbetto: «Il film di Steven Spielberg non diminuisce i diritti dei palestinesi.

Ma guardarlo con attenzione nella sala coi sottotitoli in arabo consolida la coscienza che lo stesso diritto, e forse un po' di più, spetta anche agli ebrei [...] Per quale motivo questo film turba tanto le autorità egiziane? E qual è la grande paura della Giordania e degli altri paesi arabi? [...] C'è qualcosa in Schindler's List che minaccia i regimi arabi e le loro istituzioni. E' come se ci fosse una profonda ferita nazionale: le loro reazioni sono sorprendenti, in fin dei conti si tratta solamente di un film» (corsivi nostri).
A sostenere che l'operazione non possa essere persa da ogni persona bennata viene mobilitato oltreoceano anche Stewart Kaminski, docente di Storia del Cinema all'Università della Florida. Anche nella sua analisi possiamo discernere, chiaro fil rouge, le vere ragioni di tanto impegno produttivo: « È possibile fare uno splendido film, che possa cambiare la gente [...] Credo che questo tipo di pellicole venga realizzato per due tipi di persone. Per far conoscere a coloro che non sono ebrei alcuni scenari di questo orrore in modo tale che non lo si possa dimenticare. E per fare ricordare a coloro che hanno una qualche esperienza, anche tenue, quel che è stato [...] uno dei punti d'orgoglio di Spielberg non sarà tanto il numero di spettatori, quanto il numero di persone che conosceranno il film, che sapranno che esiste un altro film sull'argomento. In questo modo si fa sì che il mondo sia sempre cosciente di quel che è accaduto».
L'Olocausto non è certo «materia appropriata per una rappresentazione cinematografica.
Ma nello stesso tempo credo che sia bene fare dei film su questo tema, per quanto quei film saranno sempre imperfetti e lontani dal rendere tutta l'inenarrabile verità».
Alla domanda se crede che l'olo-fiction possa costituire un'adeguata risposta alle infami tesi della storiografia revisionista, la faccia-di-bronzo Kaminski risponde di no:

«Mi piacerebbe pensarlo, ma gli storici revisionisti sono dei malati di mente: essi rifiuteranno la storia sempre e comunque. Andranno a vedere Schindler's List solamente per attaccarlo».

«Argomentazioni propagandistiche da minorati mentali di una mafia di destra, oppure già nuovamente nostalgica» sono, anche per il «tedesco» Herbert Strauss, le tesi di chi ricerca la verità oggettiva.
Invero, a parte la sequela di eccellenti vignette terrifiche - che peraltro ci illustrano uno sterminio «banale», compiuto cioè coi mezzi usuali ai cattivi di ogni risma: fucile, pistola, percosse, etc....

....nella pellicola il Cardine Olocaustico, e cioè la camera a gas, è completamente assente ....
 

(«solo un lugubre camino fumante ci suggerisce, con tutto il pudore possibile, l'orrenda realtà», la volge sul patetico Luciano Tas).

L'unica realtà gassatoria è infatti costituita dalle dicerie, esplicitate come tali dal regista, che corrono tra le operaie (tipo: «No, io non l'ho visto, ma me l'ha raccontato uno a cui lo ha raccontato un altro che l'ha sentito da un altro ancora»).

Nulla ci viene mostrato del gas, arma principe dello sterminio: solo voci riportate, rumeurs, «leggende metropolitane» di epoca bellica.

Sul Perno dell'Olo-Immaginario Spielberg non prende posizione.
Pur rafforzando negli spettatori culturalmente o intellettualmente più sprovveduti la Superstizione attraverso le suddette vignette, quanto al gas il Nostro si limita a suggestionare.

E ciò a un punto tale che un critico malizioso potrebbe perfino valutare il film non come l'ultima operazione sterminazionista, ma come la prima ammissione in senso revisionista, un artificio per sottrarsi in souplesse alle sempre più numerose smentite dell'indagine storica

(exempli gratia, gli studi di Butz, Faurisson,Sanning, Stäglich, Bohlinger, Ney, Walendy, Leuchter, Mattogno, Roques, Rudolf, Graf,Gauss e Werner).

Qualche altra confidenza, rivelatrice del sapiente lavoro di lima dei professionisti della manipolazione - suggestioni che mai giungeranno a livello conscio pur svolgendo la loro azione nefasta nei cervelli immaturi - ce la porge poi Janusz, l'altro Kaminski: «In bianco e nero la differenza sostanziale è che bisogna creare una separazione attraverso l'illuminazione. A causa dell'assenza di colore, mentre giravamo, dovevo puntare la luce sui volti in modo da trasformarli negli elementi più luminosi della scena; ho chiesto ad Allan Starski di assicurarsi che le pareti fossero dipinte di una tonalità più chiara o più scura rispetto ai volti presenti in scena, in modo da non far confondere i volti con lo sfondo». Desiderio del cinematographer è infatti che, attraverso gli accorgimenti adottati, «un domani, a distanza di anni, la gente nel vedere questo film non [sia] in grado di stabilire l'anno della realizzazione».
Quanto a Stevie, durante le riprese egli esorta, infaticabilmente, gli attori a mantenersi all'altezza del Compito: «We are not making a film, we are making a document, Non stiamo girando un film, stiamo facendo un documento». Chissà quale stizza nel leggere allora su Commentary, dopo il trionfo, le parole della newyorkese Ruth King la quale, pur affermando di aver constatato che l'Opera non è quella «gratuitous Hollywood version of the Holocaust», infondata versione hollywoodiana che la predominantly Christian audience le aveva fatto temere, ne demolisce tuttavia le alate ambizioni con sole dieci parole: «The movie is not perfect, nor can it legitimately be called a "document", i1 film non è perfetto, né si può legittimamente definire "documento"». E questo per non parlare dell'indignazione di Milton Birnbaum di Springfield, Massachusetts («Spielberg has Hollywoodized the Holocaust, the most tragic event in history»), o della critica della shiksa («non ebrea», l'equivalente femminile di goy) Ellis H. Potter, dirigente della Basel Christian Fellowship, che dall'elvetica Basilea non si tiene dallo scrivere che il Nostro «non è sfuggito allo stile dei cartoni animati di tutte le sue precedenti opere. Tutti i personaggi sono gente stereotipata [cardboard people], tracciati semplicisticamente,raffiguranti infimi attributi [minuscule aspects] di un vero essere umano».
E questo per non parlare di Philip Gourevitch, che, pur devoto dell'Olo-Religione, staffila quale «inverted history» e «kitschy melodrama» quella «pellicola i cui partigianipretendono possa servire come resoconto definitivo della distruzione dell'ebraismo europeo per una massa di spettatori che non ne sapevano niente [for a previously ignorant mass audience]»: «Ci si può certo aspettare che Schindler's List resti per parecchio tempo la cinghia di trasmissione primaria della "storia" dell'Olocausto nel mondo, [ma dei miei contestatori] nessuno ha detto di non avere saputo nulla dell'Olocausto prima di aver visto il film, o di essere entrato nel cinema senza già sapere con chi si sarebbe identificato; e nessuno ha detto di avere imparato qualcosa da Schindler's List [...] Il doppio metro di giudizio che garantisce uno statuto sacrale alle rappresentazioni dell'Olocausto, e alle emozioni che destano, riflette la pericolosa tendenza che ho descritto nel mio articolo: lo scambio dell'artificio con l'evento e della commemorazione col vissuto [...] Ben Kingsley, che nel film impersona un ebreo, ha detto che gli Oscar non sono abbastanza per Steven Spielberg, che dovrebbero dargli il Nobel per la Pace. Questa fantasia imbecille [asinine fantasy] fa il paio col commento dim Jeffrey Katzenberg, capo della Walt Disney [dal settembre 1994 socio dei confratelli Spielberg e David Geffen in un nuovo gigante multimediale, n.d.A.], che recentemente ha dichiarato al mensile New Yorker che va pazzo per Spielberg [who recently told the Spielberg-crazed New Yorker magazine], "Non voglio caricare di troppa responsabilità la pellicola, ma penso che essa porterà la pace sulla terra, buona volontà a tutti gli uomini"[it will bring peace on earth, good will to men]».
Ma su tutte le critiche Spielberg scivola leggero, permettendosi in soprappiù un qualche svolazzo di chutzpahica sincerità: «Sono state usate al quaranta per cento macchine da presa a spalla per raccontare gli eventi il più possibile come un giornalista più che come un regista che tenta di evidenziare la suspense, l'azione ed il pathos. Il bianco e nero e la cinepresa a mano conferiscono al film un taglio documentari stico, da cinema-verità.
Incarna la verità che stavamo tentando di esplorare e trasmettere. In un certo senso la fa sembrare più reale» (corsivo nostro).
Il film, istiga di conserva lo storico Piero Melograni, avvinto dalla novellistica sterminazionista, trasmette allo spettatore «l'essenza dei fatti» (sic!): «Per questo [...] merita di essere visto e difeso. Nelle società di massa, difatti, un'opera cinematografica ben realizzata costituisce una forma di comunicazione assai più potente di un libro o di un comizio televisivo. Grazie a Schindler's List, insomma, milioni di persone si accosteranno alla dura realtà dello sterminio, rifletteranno e forse non dimenticheranno.
Le immagini possono far più presa delle parole». Ancora più rivelatore è il giudizio dell'eletto Lorenzo Cremonesi, che lega la storia alla più urgente attualità politica: «Ovvio il significato politico e scontate le implicazioni pratiche di un benvenuto così caldo alla pellicola. Di fronte ai rigurgiti antisemiti, ai movimenti che non esitano a negare l'esistenza dell'Olocausto, la "Lista di Schindler" si rivelerà uno strumento molto utile per ricordare al mondo le atrocità della persecuzione voluta da Hitler. E ciò è particolarmente vero in seguito all'ondata di
critiche internazionali contro Israele seguite all'eccidio palestinese a Hebron venerdì scorso [25 febbraio 1994]».


Anche Spielberg collabora al lancio, singultando, commosso, le ragioni di tanto impegno: 


«Nei licei americani il 23 per cento dei ragazzi pensa che l'Olocausto non sia mai veramente successo e il 50 per cento non sa nemmeno cosa significhi [secondo altra fonte le percentuali date dal Nostro sono 20 e 60]. L'unico modo per combattere l'ignoranza su quei fatti è trascinare la gente a vedere questo film. So che chiedo molto al pubblico, ma non è nulla paragonato a quello che hanno sofferto tanti milioni di ebrei». In un'émpito di furbesca ammissione, il Nostro continua: «Spero di portare il film nelle scuole superiori,come metodo di informazione, non soltanto come metodo didattico, perché i film, in realtà, non insegnano niente [troppo buono!, n.d.A.]. Un film ti fa rivivere l'esperienza dell'Olocausto vissuta dai superstiti e dalle vittime. Nient'altro [ancora troppo buono!, n.d.A.]. Forse un libro può fare di più, ma a volte le immagini di un film riescono ad essere più profonde di qualsiasi esperienza reale. Penso che questo film sia uno sguardo sulla realtà. O almeno lo è per me, dopo tutti i mondi fantastici che ho costruito nella mia carriera di regista. Spero che, dopo avere visto il film, alla gente venga voglia di sapere qualcosa di più su ciò che accadde fra il 1933 e il 1945» (a conforto del Nostro la MCA/ Universal commissiona alla Lifetime Learning System una guida «didattica» da distribuire in migliaia di scuole superiori e di college - quanto agli asili ci pensa la psicologa newyorkese Judith S. Kestenberg, ideatrice di un albo a figure per indurre i bambini a rigettare il «nazismo» dall'età di tre anni, educandoli «alla tolleranza e al sentimento di giustizia»).
Ed ancora, più franco e virtuoso: «Ho capito che dovevo fare questo film per due motivi, uno politico, l'altro esistenziale. Politicamente, viviamo in un momento in cui le meraviglie della tecnica possono consentire pericolose manipolazioni [ma guarda!,n.d.A.]. E c'è il rischio che passino operazioni pseudoculturali di chi nega addirittura lo sterminio [...] Questo film io l'ho fatto in memoria dei nostri caduti, perché i giovani ebrei di oggi non dimentichino quello che è accaduto. Ma ho voluto distribuirlo in tutto il mondo perché lo vedessero anche gli altri, i gentili». Il messaggio del film non è comunque politico, ma nobilmente educativo: «Imploro gli insegnanti di tutta l'America di far sì che lo sterminio di sei milioni di ebrei non rimanga una nota a piè di pagina sui libri di storia» (ancora a conforto del Nostro, dopo i numerosi corsi di studi e le pubblicazioni edite in proposito dai governi di California, Connecticut, Georgia, Illinois, Iowa, Maryland, Massachusetts, Michigan, New Jersey, New York, città di New York,Ohio e Pennsylvania, è il New Jersey a inserire per primo, negli insegnamenti di ogni ordine e grado, un corso obbligatorio su "Il genocidio degli ebrei sotto il dominio nazista", nel quale i docenti illustreranno «la responsabilità personale [di ognuno] nella lotta contro il razzismo e l'odio»).

E l'esortazione viene raccolta anche in Italia. Ecco quattro reazioni di spettatori intervistati dai Nostri all'uscita dei cinema romani, risposte che riportiamo senza commento, poiché si giudicano da sole. La tedesca Marianne Perk, che vive in Italia da anni, «è visibilmente scossa e quando le chiediamo, qualificandoci, una impressione sul film, non riesce a trattenere le lacrime»: «Sono nata in Germania lo stesso anno di Anna Frank [...] Ringrazio Dio di vedere lei, un giovane ebreo, appena uscita dal cinema. Sì, provo una grande gioia a parlare con lei. Questo film mi ha riportato a quegli anni tremendi, a quella atmosfera di terrore [...] Mio padre aveva sempre rifiutato il nazismo e la sua ideologia. E di questo ora, anche in questo momento, sono particolarmente felice, perché non avrei potuto vivere con il rimorso di avere avuto un padre nazista» (Spielberg è responsabile non solo dei complessi di colpa riaccesi nella povera Marianne, ma anche delle angosce indotte nella psiche della settantacinquenne «cecoslovacca» Ruzena Stanley, che nel luglio, dopo aver visto il film, giunge a suicidarsi a Londra sotto il peso dei «ricordi»). Per G.M., studentessa diciassettenne, la voce incrinata dal pianto, il film costituisce un Evento: «Studiando sui libri uno non si rende conto di quello che è veramente successo. Le cose rimangono lontane, astratte. Vederle così, in un film, è molto triste; è davvero molto triste». Un altro studente: «Io non sapevo che le cose fossero andate in questo modo. Ne avevo sentito parlare, ma non mi ero mai reso davvero conto di quanto è accaduto. È un film che consiglierò a tutti i miei amici. E anche ai loro genitori». Altri ragazzi sono venuti al cinema «consigliati» dall'insegnante di lettere: «Ha detto che ci avrebbe giustificato per l'interrogazione di domani se fossimo andati a vedere Schindler's List». «Ma non era obbligatorio, infatti molti della nostra classe non sono venuti», aggiunge
«frettolosamente una sua compagna, quasi a giustificarsi».
Ma perché lasciare tanta Rieducazione all'iniziativa di un qualche isolato docente?
L'operazione è meglio compiuta se collettiva, l'odio più convincente se sparso a più mani, i cervelli meglio lavati su scala industriale, l'accettazione di una tesi è resa più facile con la suggestione di tanti eventi individuali, piuttosto che dallo studio incessante e dalla faticosa ricerca documentaria (tutto ciò sa bene il démi juif Ian Buruma, quando cerca di farci credere, volpino, che «l'immaginazione è l'unico strumento di cui disponiamo per identificarci col passato. Solo attraverso l'immaginazione - e non mediante statistiche,documenti o finanche fotografie - gli esseri umani vivono in qualità di individui, e si creano storie, anziché la Storia»).

Ecco allora a Milano un «semplice cittadino», folgorato dal Verbo, acquistare biglietti per impartire a 1428 studenti, il 28 aprile, ricorrenza dell'assassinio di Benito Mussolini e data-simbolo dell'eccidio postbellico di cinquanta mila fascisti, la «lezione di storia» (durante l'orario scolastico, ché altrimenti l'affluenza non sarebbe tanto copiosa): «Spero che i giovani capiscano cos'è il razzismo, che cos'è l'antisemitismo, che cosa è stato l'Olocausto [...] Nessun intento politico. Non dobbiamo dimenticare [...] Spero, naturalmente, che questa iniziativa non resti isolata» (il modello seguito dall'Incognito è Spielberg il quale, ben conscio del valore del soldo, mette tuttavia a disposizione degli studenti californiani solo 16.000 dollari, alla condizione inoltre che i cinema abbassino il prezzo del biglietto ad un solo dollaro). Cosa che tale peraltro non resta, poiché,coadiuvando la Rieducazione, perfino il leader «neofascista» Gianfranco Fini, in cerca di legittimazione sistemica, condanna le beffe di quelli che, invocandone apertamente la repressione, definisce «naziskin», cioè - decrittiamo - di coloro cui ripugna portare il cervello all'ammasso: « E la dimostrazione che ai giovani bisogna insegnare la storia».
Ma che i giovani abbiano appreso la lezione senza i suoi consigli lo dimostrano tosto, in una lettera al Corriere della Sera, tali Francesca Borgonovi e Sandra Perletti, terza liceo scientifico «Zaccaria», le quali, se non il paradiso, si sono certo guadagnate la promozione (ne riportiamo integralmente nomi e missiva, grati per la convalida offerta a tutte le nostre tesi - ci si permetta però di segnalare in corsivo i passi più toccanti):
«"Anonimo ringraziasi". Potrebbe essere questa l'inserzione di 1400 studenti milanesi per "ringraziare" un benefattore sconosciuto che ha donato dieci milioni al cinema Odeon per fare in modo che venisse proiettato il film di Steven Spielberg Schindler's List.
Nell'attuale sistema scolastico, che risale a più di trent'anni fa, le immagini, la musica, le persone sono ritenuti mezzi meno efficaci delle lezioni tradizionali a stimolare i ragazzi verso lo sviluppo di un senso critico. Anzi non si riesce ad ammettere che andare al cinema possa essere una lezione scolastica. Schindler's List ha cambiato il nostro modo di rivolgerci alla guerra, al genocidio degli ebrei, ad una parte importante della nostra storia.
È stato diverso dal solito documentario che spesso viene proiettato nelle classi: la differenza è nel fatto che, mentre i documentari sono quasi una fredda sequenza di immagini che seguono lo stile dei libri di testo, nella finzione cinematografica viene ricostruita la vita. Vedendo l'uomo Schindler o un bambino, noi ci siamo visti allo specchio, abbiamo visto la violenza e la morte attraversare la nostra mente, diventare esperienza. Ci siamo resi conto che la verità non era più mediata dalle parole, dalla razionalità con cui si studiano anche le lezioni più interessanti, era lì, vicino, drammaticamente reale, viva e pulsante come il saluto del portiere o il fischio del vigile.
In questo modo le immagini dei bambini, anche se solo pallidi riflessi di quelli veri, sono diventati i nostri bambini uccisi, i massacri rappresentati, anche se semplici spezzoni di pellicola, sono ora i massacri visti dai nostri occhi. Un personaggio del film ha detto, in un altro contesto, che "la lista è tutto, oltre la lista, attorno alla lista nulla". Finalmente anche noi siamo entrati nella lista, siamo usciti dal vuoto di parole ridondanti e ripetitive che non avevano significato. Si è parlato molto della mancanza di un ricordo storico che hanno i giovani, e si è anche detto che questa è la causa del riesplodere di fenomeni nazisti ed antisemiti. Una risposta? Dare ai giovani ricordi di persone e storie individuali proprio come chi ha vissuto la seconda guerra mondiale dal vivo, tante storie nella storia, come ogni giorno nella realtà. Quindi ancora grazie, signore, per averci regalato dei ricordi; per averci fatto capire che chi salva un uomo, in ogni senso, salva il mondo»

(dopo aver visto quel film «stupendo e terribile», anche la giovane ebrea Shira Helfman di Atlanta si identifica «col popolo ebraico come totalità [...] ero veramente orgogliosa per ciò che abbiamo passato»).
E grazie dicono a Giovanni Ramella, preside del torinese liceo Massimo D'Azeglio, alcuni studenti demo-anti-«nazi», comandati alla visione in orario scolastico, per i quali non solo la Lista «è meglio di mille lezioni fatte di parole», ma che, autorevolmente insipienti, bocciano una lettera di protesta indirizzata al preside da quattordici docenti dell'istituto, in testa «il docente revisionista» professor Francesco Coppellotti (curatore e traduttore in Italia delle opere di Ernst Nolte), che si sono permessi di sottolineare l'unilateralità/diseducatività dell'Operazione Visione Scolastica. Blasfemi, numerosi studenti di Genova e Siena, «comandati» all'olo-visione dai presidi, mettono invece in burla, di fronte alla truculenza di certe scene, l'Opera Somma con urla, approvazioni, risa,lazzi e schiamazzi, suscitando scandalo sui mass media.
Quanto agli USA, ad Oakland un'eguale messa in burla dell'Opera suscita non solo l'indignazione di Spielberg, che si precipita a redarguire i temerari («per la maggior parte negri», rileva Moment), ma anche l'ira del produttore Sidney Sheinberg, che contatta ipso facto il governatore Pete Wilson e lo invita a sanzionare i 69 studenti di Castlemont High che, condotti alla Visione dall'insegnante Rick Finkelstein, non hanno mostrato un proper respect, decoroso rispetto.

Anche la consigliera municipale Mary Moore afferma, sconcerto-indignata: «Ho sentito una ragazza bianca non-ebrea giudicare tedioso Schindler's List. Vuol dire non aver capito proprio niente [this is a case of zero comprehension]. Il tragico fallimento dell'insegnamento di questa parte di storia è il fallimento del sistema educativo dell'intera nazione».
E per non andare incontro al medesimo fallimento, ecco in Italia scendere in campo, a quietare le acque contro i «casi di intolleranza di qualche scolaresca di fronte al film sulla shoah» (così su Shalom, e al ridicolo, come all'impudenza, non c'è mai fine), i docenti Pupa Garribba e Clotilde Pontecorvo, la preside Paola Sonnino, lo psicanalista Davide Meghnagi e Marina Marmiroli Hassan, coordinatrice del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. Pur rilevando la «straordinarietà» dell'«esperienza collettiva»della visione scolareschica, la prima rileva che portare le classi senza una preventiva «preparazione» può essere controproducente e deleterio, sia perché «c'è sempre qualche ragazzo fascistello che non aspetta altro che ridere davanti alle immagini dei campi di concentramento», sia perché gli schiamazzi spesso sono «reazione ad un impatto violento al quale gli studenti sono impreparati: è una reazione illogica che serve a superare uno stato d'animo di grande angoscia» (anche Meghnagi consiglia di addestrare i docenti alla gestione degli aspetti emozionali e delle dinamiche di gruppo nei confronti di «situazioni che investono il presente, che mettono in moto il bisogno di ripulirsi la coscienza per non sentirsi in colpa»).

Essendo «un film che documenta una realtà storica», prosegue la Sonnino, deve «essere commentato e spiegato, magari già durante l'intervallo fra il primo e il secondo tempo, dai docenti di storia e di italiano, ad una classe, o al massimo a due insieme. In questo caso, si spiega, si commenta, si puntualizza, e il messaggio viene sicuramente recepito».
Che i ragazzi non siano da biasimare (finché almeno non si mostrino di dura cervice) lo sostiene anche Settimia Spizzichino, ex deportata: «I ragazzi non sono mai insensibili. Se qualcuno ride davanti alle immagini di Schindler's List la colpa è solo della pubblica istruzione e in particolare dei professori che non li preparano adeguatamente».
Alla psicologa Masal Pas Bagdadi viene invece «voglia di prenderli a sberle, ma ciò servirebbe solo a placare momentaneamente la rabbia». Suggerendo di moltiplicare le iniziative olo-filmiche e di usare come materia d'obbligo scolastica gli Schindler's List, la psicologa, pur «contraria a sofferenze gratuite o visioni di violenza di cui è carica la nostra televisione ed il nostro cinema», invoca
diuturne raffigurazioni sterminazionistiche al fine di portare «i nostri ragazzi ad un maggior impegno nella lotta al razzismo in generale e all'antisemitismo in particolare».
Incitando a non permettere che la storia [...] si sbiadisca col passare del tempo», si scaglia poi, con astuzia trimillenaria, contro i «naziskin» che «nei loro raduni ufficiali divulgano l'idea che i campi di concentramento ed i forni crematori non sono mai esistiti e sono invenzione degli ebrei stessi... e questo dopo soli cinquant'anni e quando i testimoni sono ancora in vita!» (nessun revisionista, sottolineiamo al lettore, ha mai pensato di negare l'esistenza dei campi di concentramento e dei forni crematori, bensì la realtà delle camere a gas, la genuinità di molti «documenti» e la veridicità di moltissime testimonianze). Ma il messaggio rieducatorio (è doveroso, aggiunge la Marmiroli Hassan, che gli studenti abbiano «una buona preparazione storica già iniziata dai loro insegnanti: lezioni, letture adeguate, discussioni in classe») è stato da tempo già recepito dal Sistema attraverso l'organizzazione di convegni (ad esempio: «Ebrei ed ebraismo nel mondo della scuola - Aspetti didattico- formativi per le discipline storico-sociali», tenutosi in Roma il 10, 11,17 e 18 marzo 1992) e l'emissione di circolari ministeriali ai Provveditori, quali la n.65/24 febbraio 1994 e la n.73/2 marzo 1994, «Trasmissione videocassetta e guida didattica del progetto "Chi sono gli ebrei"» e «Dialogo interculturale e convivenza democratica: l'impegno progettuale della scuola», a firma Rosa Russo Jervolino, partitante col ministro dell'Interno Nicola Mancino e querula presidente DC.
A illustrare la strategia dell'offensiva mondialista ne basti qualche scampolo. Citiamo in primo luogo 1'opuscoletto di sedici pagine, dispensa «s-didattica» ad usum delphini curata dall'inglese Film Education che, come detto in quarta di copertina, «è un ente sponsorizzato dall'industria cinematografica. Il suo scopo è quello di promuovere l'uso dei film nei programmi scolastici e di incrementare l'utilizzo delle sale cinematografiche da parte delle scuole. A questo scopo pubblica materiale di studio gratuito e promuove visite organizzate, conferenze e seminari». Quanto alla sostanza del contendere, la Study Guide esamina «alcuni aspetti del background di Schindler's List - La Lista di Schindler [gettando] anche uno sguardo sulle sfide che hanno affrontato i realizzatori del film nel riprodurre eventi che sono realmente accaduti». A tal fine il libello si presenta allo studente come una serie articolata di esercizi (inconcepibili dal punto di vista della serietà storiografica e dell'interpretazione storica) volti a «riempire i vuoti della storia».
Aulicamente pietosa la prima circolare: «Questo Ministero, d'intesa con I'UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) e con la RAI, al fine di prevenire fenomeni di intolleranza e concorrere alla formazione interculturale dei giovani anche attraverso la conoscenza corretta di culture diverse, ha realizzato un progetto tendente a rendere coscienti gli allievi sugli aspetti più significativi della religione, della storia e della cultura degli Ebrei [...] I materiali sono destinati agli studenti delle scuole secondarie ma saranno inviati anche alle scuole medie in cui [sic!] sarà cura dei docenti prevederne un utilizzazione [sic!, senza apostrofo, bella Istruzione!, n.d.A.] adatta al livello cognitivo degli alunni. Le SS.LL. organizzeranno incontri di presentazione dei materiali ai capi di istituto delle scuole della provincia coinvolgendo, in modi e termini adeguati e sempre che se ne ravvisi l'opportunità, espressioni culturali significative dell'ambito provinciale.

Le scuole dovranno, entro la fine dell'anno scolastico, far pervenire alle SS.LL. una relazione sui risultati dell'utilizzazione dei materiali e sulla eventuale produzione di progetti particolari». Quanto alla seconda: «La prevenzione dell'antisemitismo comporta una riflessione sulle radici storiche e ideologiche del fenomeno e sull'enormità del genocidio, nonché una migliore conoscenza dell'ebraismo e dell'apporto dei cittadini italiani di religione e cultura ebraica al progresso civile e scientifico della nostra società»...

Più problematico, in una tavola rotonda tra correligionari, è Ernesto Galli della Loggia:

«Gli studenti non sanno nulla, e non solo di storia. Ma se la risposta dev'essere quella di propinargli lezioncine, corsi, spettacoli cinematografici, invitandoli poi ad essere contro l'antisemitismo e il razzismo, la risposta è sbagliata e giudico deleterie tutte queste cose.
Fare una conferenza contro l'antisemitismo ha l'unico effetto di rinfocolare l'antisemitismo. I ragazzi hanno una specie di elementare e animalesco senso di giustizia e percepiscono che c'è disparità tra l'oratore incaricato di diffondere buoni sentimenti contro gli antisemiti e gli antidemocratici e dicono (o pensano): "Quelli però, cioè gli antisemiti e gli antidemocratici, non li fanno parlare mai!"».
Quanto alla Germania, mentre gli storici Ernst Nolte e Rainer Zitelmann non si tengono dal criticare la smaccata faziosità, l'ipocrisia e la falsità della Congrega Rieducante (il secondo si permette addirittura di attaccare la scelta dei valori occidentali, definendola una utopia politica che punta ad una penetrazione quasi totalitaria dell'intera società»), si appellano invece corali all'ex disertore
Weizsäcker i «rappresentanti del popolo» (o più esattamente gli affiliati alla «banda dei quattro»: CDU, SPD, CSU e FDP, più i soliti Verdi cosmopoliti - «Lieber weltoffen als national beschränkt», «Meglio aperti al mondo che resi ottusi dalla nazione», suona su un loro manifesto un negro sogghignante che rigira tra le mani un girasole). Così Michael Glos, capogruppo CSU: «Il presidente dovrebbe impegnarsi con tutta la sua autorità per convincere la TV pubblica a trasmettere il film». «Dovrebbe andare in onda il più presto possibile. Sono convinto che avrebbe lo stesso impatto emotivo creato alcuni anni fa dallo sceneggiato Holocaust», gli si affianca,benaugurante, il CDU Klaus-Heiner Lehne. «Schindler's List potrebbe contribuire alla costruzione di una coscienza e di una sensibilità contro l'estremismo neonazi.
Un intervento del presidente sarebbe importantissimo», aggiunge solidale 1'SPD Axel Wernitz. Il prezioso bilancio finale lo traccia però Wolfgang Wipperman, specialista in storia del Terzo Reich alla Libera Università di Berlino: «Fare i conti col passato nazista è un compito fondamentale della nostra cultura politica, e penso lo sarà sempre. Oggi a molti tedeschi piacerebbe dire che siamo uno stato "normale" con una storia "normale".
Poi saltano fuori cose come questa, e non possono farlo».

Quanto a Spielberg, memore dei suoi precedenti poltergeist, non ci nega, parlando di Auschwitz, «terreno sacro e frequentato dagli spiriti», un tocco inquietante: «Mai prima d'ora ho versato tante lacrime girando un film. E ho pianto non solo perché si trattava dell'Olocausto, ma anche perché ero consapevole del fatto che tutto si era svolto nel luogo preciso in cui stavamo girando. Perché quando si fa un film ad Auschwitz si percepisce la presenza dello spirito dei morti [...] Tornai indietro da solo, e mentre camminavo nella neve mi dicevo che avevo fatto bene ad accettare di non fare riprese dentro il campo di concentramento. E poi successe una cosa strana. Volevo riprendere Birkenau con la mia telecamera personale, ma non funzionava. Le immagini erano molto disturbate e mancava completamente l'audio. Quando uscii dal campo e tornai alla macchina, la telecamera riprese a funzionare, normalmente. Funzionava dappertutto,tranne che nel campo di Birkenau» (chissà che indignato patema deve aver quindi successivamente provato, il nostro Spielberg, nel venire a sapere che il molto più pratico correligionario Zolzislaw Les ha pensato bene di fare fruttare la cosa, istituendo un giro turistico sui luoghi delle riprese, con tanto di guida in polacco, inglese e tedesco, nonché da cartoline illustrate).

L'avere girato il film, continua il regista, è stato una valvola di sfogo per la paranoia accumulata in tutta una vita: «I miei genitori parlavano costantemente dell'Olocausto:
abbiamo perso otto parenti nei campi di sterminio. Ma non ne parlavano con tristezza, la loro era pura rabbia, e io sono cresciuto pieno di furia nei confronti di Hitler e dei nazisti.
E quando ho iniziato il film la mia rabbia esplodeva anche contro gli attori tedeschi, soprattutto quando li vedevo in uniforme».
Tanto lodevole razzismo antitedesco - ci fosse una giustizia divina il Nostro verrebbe dannato alle fiamme eterne per l'immondo incitamento all'odio che trasuda ogni inquadratura - non gli impedisce tuttavia di pontificare, magnanimo al pari di Bejski e della Zevi: «Non mi importa se non recupererò nemmeno la metà dei soldi che ho investito [timore del tutto infondato, specialmente dopo l'assegnazione dei sette Oscar,che la settimana seguente comporta una impennata del più 31 per cento di spettatori,n.d.A.] per via dell'argomento poco divertente: questo film andava fatto, specialmente adesso che il mondo è dilaniato da odii razziali e pulizie etniche di ogni tipo». Con la stessa aria rieducatoria il démi juif Ben Kingsley, nel 1989 già pro-tagonista del televisivo The Murderers Among Us: The Simon Wiesenthal Story e che interpreta il personaggio di Stem, definisce Spielberg «un minimalista attentissimo a non manipolare le emozioni del pubblico» [sic!],
richiamandoci a quella «tragedia ancora così vivida nella memoria collettiva»: «Abbiamo avuto modo di vedere in azione un antisemitismo di prima mano, e questo mi riempie di disperazione [...] Sul set di Schindler's List abbiamo spesso trovato graffiti antisemiti e alcuni polacchi sono venuti a raccontarci con nostalgia quanto si stesse bene sotto i tedeschi [a muso duro una donna dice a Fiennes:
"I nazisti non uccidevano chi non se lo meritava"; un'altra: «con quanto fiato aveva in gola»: "Chi se ne frega di quegli stronzi di ebrei"; all'uscita da un ristorante altri, dopo avere lanciato invettive ed essersi passati un dito sulla gola disegnando un cappio, si prendono una sventola dall'ex Gandhi, n.d.A.].

Bisogna invece che la gente non dimentichi le atrocità del dominio nazista, perché è l'unico modo per impedire che questo capitolo della storia si ripeta». Deamicisiano infine il richiamo al piccolo Spielberg/ET: «È il primo film personale della mia vita. A scuola mi picchiavano, mi tiravano addosso oggetti e mi insultavano. Mi sentivo un alieno, un diverso e provavo tanta paura e vergogna». Ma, divenuto famoso, la rivincita: «Sono arrivato tardi a sfruttare il mio potere per fare un film che nessuno a Hollywood avrebbe mai fatto: un film sull'Olocausto di tre ore in bianco e nero! È stato bello scoprire che mi è bastato andare alla Universal per avere 22 milioni di dollari per fare qualunque film volessi» (anche perché nelle prime 14 settimane, e nei soli States, ne ha incassati 60, saliti a 90 dopo altre otto; al contempo il Nostro non solo si fa maggiore azionista della Knowledge, una produttrice di software educativi su cd-rom per ragazzi, ma ricava milioni da «offerte speciali», come quella vantata dal settimanale Télémoustique del 7luglio: «Per 6500 franchi [belgi], la versione lusso comprende il film, il romanzo, un libro di foto del film, la musica e una lettera di Spielberg!»).
E tanto più bello, aggiungiamo, quanto più la fantasticheria sarà imposta ad infinite scolaresche da quegli insegnanti che avranno scelto di non adempiere all'uso, invero arduo, della ragione. E tanto più bello, quanto più l'ansia di verità dei kaminskici «malati di mente» potrà venir soffocata, oltre che dai giullari e dalla repressione del Sistema, da quintali di celluloide miliardaria.

Gianantonio Valli

Miliardi di eventi che formano la trama della storia umana possono essere liberamente interpretati da ognuno. Uno solo - l' «Olocausto» degli ebrei nelle camere a gas tra il 1942 e il 1944 - è decretato indiscutibile sotto pena di multe, carcere ed anche, talora,interdizione professionale o morte civile. Le migliaia di anni che precedono il 1942 e il mezzo secolo che segue, il 1944 possono, almeno in via di principio, essere oggetto di qualsiasi interpretazione, mentre al contrario la storia degli anni 1942-1943-1944, e solo quella, è stata posta sotto l'alta sorveglianza delle autorità religiose, politiche,giudiziarie e massmediali di questo paese.

Eric Delcroix, La police de la pensée contre le révisionnisme, 1994


http://www.uomo-libero.com/images/articoli/pdf/198.pdf.


“SCHINDLER'S LIST: L'IMMAGINAZIONE AL POTERE” di Gianantonio Valli

– numero 39 – l'Uomo libero - http://www.uomo-libero.com 

Erwin 

Erwin@thule-toscana.com

 

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