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Ricevo questa mail:
«Caro Direttore,
Le scrivo dopo aver seguito la trasmissione Annozero
nella speranza che anche Lei abbia avuto modo di vederla o che, in caso
contrario, possa aver modo di visionarla per poter poi avere da Lei un parere
su quanto si è detto e visto.
Sono profondamente indignata per il modo in cui questa trasmissione usa
ogni mezzo, compreso l'avvenimento di Verona, per far politica sporca,
disinformazione, per portare davanti al video personaggi così falsi, così
sgradevoli; per far vedere e sentire solo ciò che qualcuno vuole, ciò che
probabilmente viene scelto e preparato a tavolino; per colpire
puntualmente la Chiesa e, come sempre , Berlusconi ( che noia!).
E’ una vergogna che ogni problema, anche quello più grave, si risolva
sempre e solamente in una questione politica.
Io lavoro nella scuola e non faccio politica.
Lavoro nella scuola da diciotto anni (ne ho 36) e conosco molto
bene quali sono i problemi dei bambini e degli adolescenti, che
divengono pesanti macigni nei giovani.
E questi problemi non nascono dalle scelte politiche dei genitori o degli
stessi ragazzi, no!
Ci sono abissi così profondi che un personaggio come Santoro non conosce,
mi pare chiaro! Altrimenti si impegnerebbe a fare un tipo di informazione
diversa...
Visto il titolo scelto per la trasmissione di questa sera mi aspettavo di
vedere altro ma, ancora una volta, mi sono ritrovata a dover
ascoltare il solito pappone politico, le solite accuse, le solite parole,
i soliti volti...
Da quando poi il governo è di destra mi tocca anche di dover sentire che
gli italiani sono un popolo di m…; che se l’autista del bus non ti fa
salire dalle porte centrali è un fascista; che tanto ormai ci dobbiamo
aspettare manganellate anche se buttiamo a terra una cicca.
Così tutti i prossimi fattacci diventeranno «delitti politici» e,
naturalmente, su questo nuovo governo cadranno tutte le
responsabilità.
Ho un sogno: una politica pulita che si stacchi con coraggio da certi
teatrini che non le fanno onore e che sappia allontanare certi personaggi
che non perseguono la verità, la verità, la verità!
Grazie.
Teresa»
Io non mi sono tanto scandalizzato, forse perchè da Santoro non mi
aspettavo altro: la tesi secondo cui i violenti di Verona sono fascisti,
e che si sentono coperti da un governo che è essenzialmente fascista,
xenofobo e violento. E’ ovvia per la «sinistra». Ma il tutto
mi è sembrato in tono minore, poco convincente.
Anzi, le dico la verità, una delle due cose che mi ha colpito è proprio
stato il tentativo di Santoro - poco coadiuvato dalla platea e dai pochi
ospiti - di dire una cosa meno rozza, e in fondo contraria alla tesi.
Ossia questa: che quei violenti «di destra» sono potenzialmente
antagonisti anche di questo governo. Ciò non è poco. Si vede che Santoro
stava attento ai corsi di «Agitazione e Propaganda» che si tenevano alla
scuola-quadri per comunisti delle Frattocchie
(D’Alema invece era distratto), ed ha imparato
la lezione.
Effettivamente, i due blocchi di «destra» e di «sinistra», il governo e
l’opposizione, sono diventati estremamente istituzionali, politicamente
corretti, «moderati» per definizione. «Grazie presidente», così titola il
numero in edicola del Secolo d’Italia di Fini, e il presidente che
ringrazia è Napolitano.
Veltroni fa il governo-ombra di sua maestà, e promette una opposizione
razionale. Tutta questa istituzionalizzazione ipocrita e vuota - come ha
capito Santoro - lascia scoperte, prive di legittimità e di
rappresentanza, frange estremiste che esistono nella società.
Ciò è evidentissimo per il lato sinistro, con la scomparsa da parlamento
di Rifondazione e con le sue militanze variabili, girotondini,
transex, ecologisti del no, centri
sociali. Ma anche a destra è accaduto qualcosa di analogo: quelle
teste rasate, quei tatuati che picchiano stranieri e passanti col codino
e che inneggiano a Mussolini sono un potenziale «fronte del rifiuto» del
berlusconismo, ossia del neo-democristianismo.
La scuola-quadri delle Frattocchie, che formava
«rivoluzionari di professione», insegnava che queste forze senza
legittimità nè rappresentanza possono essere «utilizzate».
Con molta spregiudicatezza, non importa se «fascisti» o comunisti di
frangia: bastava il fatto che certi gruppi non avessero veri capi, nè
vero progetto politico, ma che visibilmente fossero pronti ad esprimere
nell’azione violenta un generico malessere: per questo erano
strumentalizzabili e manipolabili per «fare qualcosa».
Qualunque cosa: provocazioni, instabilità, insicurezza sociale, come
forza bruta da scatenare per «cambiare lo stato di cose presenti», come
diceva Engels. Questo è effettivamente il pericolo che l’Italia
istituzionalizzata e bipartitica all’americana si troverà probabilmente
di fronte. Un risorgere del neo-brigatismo
nelle sinistre escluse, e un teppismo neo-squadrista a «destra». Ma non
nel senso in cui credo pensi Santoro.
Quella gioventù di frangia, credo, è ormai inutilizzabile per qualunque
scopo politico. E’ un «quinto Stato» senza collegamenti col «quarto
Stato» (gli operai, che anzi votano a destra), un pulviscolo da
discoteche e da feste rave o da palestre
culturiste, sub-individualità possedute da microscopiche ossessioni e
narcisismi, che obbediscono solo ai propri individuali impulsi primari.
Che dunque, non può aderire disciplinatamente ad alcun progetto (1).
Queste entità pulviscolari possono solo, secondo me, produrre ciò che
producono negli Stati Uniti le analoghe frange marginali-antagoniste,
lasciate fuori dai due partiti istituzionali, che obbediscono solo alla
finanza: ossia le sparatorie immotivate nelle scuole, le lotte fra gang
negro-portoricane, la chiusura in «chiese» inventate con pochissimi
adepti fanatici, le imprese da supremacisti
bianchi e dei «survivalisti» che, in vista di
una fantasticata resistenza contro «i comunisti al potere»,
accumulano armi e cibo in scatola.
A «sinistra», ci sarà la chiusura in «comunità» gay e transex
o centri sociali, volte a celebrare le loro «diversità» allo spinello e
all’ecologia. A parte qualche possibile attentato di «Brigate Rosse» create
ad hoc, e qualche entrata in clandestinità. Che certo sarà pericolosa e
assillerà la società, ma sarà trattata come un problema d’ordine
pubblico, ossia di delinquenza comune. Da reprimere sic et simpliciter, con il plauso dell’opinione pubblica.
Dico questo perchè ho presente il caso degli anarchici Black Bloc, che misero a ferro e fuoco Genova nel luglio
2001, contro il G-8 e contro Berlusconi. Chi li ha visti più? Quello
sciame di cavallette spaccatutto è scomparso,
non ha dato più segno di sè. Probabilmente, i suoi singoli membri sono
nelle «comunità» a coltivare le loro ossessioni di frangia, ma sono
incapaci di azione autonoma anche vagamente politica.
Quella volta, se comparvero in modo tanto virulento, è solo perchè - a
mio parere - furono organizzate da altri poteri, statuali o polizieschi.
Sono convinto che il luglio di Genova fu infatti una provocazione di
polizia. E molti di quegli anarchici con la maschera nera sul volto
dovevano essere agenti. Agenti di un certo tipo.
Uguale il discorso sulla «destra» antagonista. La violenza fascista,
quella vera degli anni ‘20, non era un fine in sè; era un mezzo -
speculare del resto alla violenza comunista - per prendere il potere
nella illegalità rivoluzionaria. Ad usare la violenza erano «fasci» organizzati
militarmente, composti di freschi reduci della Grande Guerra, che avevano
nella carne la disciplina e l’uso metodico delle armi imparato nel sangue
delle trincee. La violenza fascista era uno strumento, non un modo di
passare la domenica, come per i violenti di Verona.
Il loro richiamo al fascismo è chiaramente inautentico,
e resta appeso al loro collo come un richiamo vuoto, raccattato solo
perchè evoca la massima «proibizione corrente»: la svastica tatuata è
solo questo, un modo per provocare sfidando il solo divieto
imperdonabile, visto che ormai nessun divieto esiste più, e tutti sono
condonati . Ma il loro vero centro d’interesse sono le tifoserie
calcio-teppistiche e cose simili.
L’attacco momentaneo e gratuito, senza nemmeno la previdenza minima di
costituirsi una copertura, di diventare clandestini, di nascondersi
in una folla. Detestabili, corpuscolari portatori di disordine,
serviranno solo come pretesto per reprimere ciò che loro non hanno, il
pensiero e le opinioni veramente «antagoniste», che corrono ancora
liberamente su internet. Perciò detesto quelle teste rasate.
Devo però dire - spero di non essere frainteso - che purtroppo,
non sono nemmeno il peggio.
Per lo meno, le loro episodiche imprese allarmano i media e
vengono discusse in TV. Ma il peggio sono quegli altri giovani, che pur
Santoro ha fatto vedere, e che non allarmano nessuno.
Parlo dei 160 mila che si sono presentati sperando di apparire al
Grande Fratello: ragazzi e ragazze privi di ogni pur minima qualità anche
fisica, e che proprio per questo sentono di avere il diritto di apparire
in TV: siamo dei nulla, prendete anche noi, «cambiateci la vita»,
dicevano. Perchè la loro vita è spaventosamente vuota, e intollerabile.
Parlo di quei giovinottini che hanno la tessera
di partiti di estrema destra, ma vanno ogni settimana dal parrucchiere a
farsi depilare le ciglia e le gambe, e per rinnovare la messa in piega.
Parlo di quei sedicenni che raccontavano di farsi le canne e di sniffare
la coca e di aver provato i «cartoni» (LSD) dai tredici anni in sù, che tornano a casa la mattina alle sei da
genitori ciechi e sordi, che confessano di non poter stare in casa
nemmeno un’ora: devono uscire, farsi con pochi compagni, e tornare a casa
solo per dormire esausti alle sei di mattina.
Quelle voci ancora da bambini, quelle manine già colte dal tremore del
cocainomane, quello faceva compassione e suscitava allarme. Quelle voci
che confessavano: non posso dire niente ai miei genitori, altrimenti
perdono la fiducia in me - «Io se avessi figli non sarei contenta che mio
figlio si droga», ha detto una - e che invocavano, senza saperlo,
l’autorità di cui hanno disperatamente bisogno. E che nessuno gli dà.
Questo deve allarmare la società, molto, molto più dei violenti di
Verona, che sono solo un caso particolare della patologia generale che ha
colpito la nostra gioventù. Perchè tutti, proprio tutti, erano
chiaramente ammalati gravi: di una malattia spirituale che si rifletteva
fin troppo bene come malattia psichica e persino fisica (ricordo gli
sguardi del più ben pettinato nel gruppetto-bene di Verona: sguardi da
omosessuale, e invece era solo il narcisisismo
estremo di un femmineo innnamorato di sè, del
suo aspetto).
Tutti questi giovani che vivono davvero solo nella notte - le ore di Satana
- che non leggono nè studiano perchè «non serve a niente», e che se non
appari in TV non sei nessuno. Questi sono irrecuperabili: perchè vivono
ermeticamente chiusi, disperatamente chiusi ad ogni voce, hanno bisogno
solo delle sensazioni forti della coca, non sono raggiungibili da nessun’altra emozione o sentimento. Questo vuoto
totale di speranza, questa solitudine, mi paiono invincibili.
E li abbiamo resi così noi tutti, «destra» o «sinistra», scuola (incapacee di suscitare il fuoco del sapere), televisione
da audience e da pubblicità, e persino Chiesa: intesa come burocrazia
professionalizzata, che predica dottrine sociali e liturgie riformate, e
ovviamente non parla a questi ragazzi e al loro bisogno disperato di
«perdersi per salvarsi».
Ma l’intera società, quelli, non vuole vederli. E li condanna a questo
suicidio dell’anima e dei corpi. Con ciò, prepara letteralmente la fine
del mondo; del nostro mondo di civiltà come lo conosciamo. Che cosa si
può fare?
Lo chiedo a lei perchè, come insegnante, allude agli «abissi profondi» di
quelle giovanissime anime perse. E’ proprio così, sono negli abissi;
siamo di fronte ad una epidemia giovanile di perdizione, una piaga immane
che dovrebbe mobilitarci tutti, e persino Santoro mi sembra che, alla
fine, l’abbia intuito con qualche sgomento.
Ma alla scuola delle Frattocchie certe cose non
le insegnavano. Certi di spiegarcelo lei, signora Teresa, che conosce i
problemi abissali di questi bambini e ragazzi, che diventano macigni
negli adolescenti. Lei scrive bene: si sforzi di dirci cosa sono questi
abissi, e cosa si può fare per colmarli.
1) Fu il saggista Herman Berl a vedere, nel disordine sociale seguito alla
repubblica di Weimar, «l’avvento del Quinto
Stato». L’Europa tradizionale conosceva i quattro «Stati sociali» -
sacerdoti, nobili (guerrieri), borghesi, operai e lavoratori - e vide
nella rivoluzione francese l’emergere del Terzo Stato, la Borghesia, con
il trionfo dell’economia al governo. Il socialismo si proclamò
l’avanguardia del Quarto Stato, i lavoratori manuali. Ma Berl vide che emergeva
invece, sotto questi, un Quinto Stato: tutto un mondo sub-umano che nel
Medio Evo comprendeva banditi, mendicanti, folli e ossessi di varie
ossessioni, e che oggi - quando ciascuno pretende soltanto di «essere quello
che già è», senza sforzarsi di diventare migliore - domina la scena
europea. Il Quinto Stato, avvertiva Berl, è
informe: incapace di darsi una «forma», ed oggi assume il rifiuto di ogni
«forma», di ogni disciplina e progetto, come «liberazione» dal giogo di
ogni legge e di ogni morale, anzi da ogni aspirazione superiore, che
richieda lotta e fatica. Il Quinto Stato può solo fare disordini e
sommosse, ma nessuna rivoluzione. Perchè ogni rivoluzione è aderire a un
progetto, a cui sacrificare la propria individualità e i propri impulsi
momentanei. Ne ho trattato in «No Global»,
Ares, Milano, 2002.
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