Alessandro Pavolini
Alessandro Pavolini nasce a Firenze il 27 settembre 1903 da una famiglia
borghese della città. La sua attività politica inizia ben presto nelle
tormentate giornate di lotta che vedono opposti i comunisti, i socialisti e gli
anarchici ai fascisti, è il
Il 25 luglio vede Pavolini direttore del "Messaggero" di Roma, nel
caos generale e nel clima di vendette nei confronti dei gerarchi del passato
Regime, sotto falso nome di Conte Pini, ripara in Germania il 28 luglio. Il 15
settembre 1943 Mussolini lo nomina Segretario del Partito Fascista Repubblicano
e, dalla Germania, inizierà a creare l'ossatura politica della Repubblica
Sociale Italiana. Il 17 settembre è Roma, da Palazzo Littorio trasferisce la
sede del Partito a Maderno, sul Lago di Garda; il 14
Novembre a Castelvecchio di Verona, presiede il Congresso del Partito Fascista
Repubblicano. Nella metà del 1944 nascono le Brigate Nere, Pavolini ne è il
comandante generale e l'organizzatore. Il 16 dicembre è a Milano con Mussolini,
50 mila persone acclamano il Duce nell'ultimo, sincero e commovente tributo d'affetto,
in questa giornata lo troveremo sempre di fianco al Capo, nella trionfale
giornata milanese. Il 1944 Pavolini lo trascorre ispezionando continuamente i
comandi delle Brigate Nere, correndo sulla sua automobile scoperta e con la sua
scorta personale di città in città e di regione in regione, cercando di tenere
alto il morale delle truppe. Gli attentati dei ribelli si susseguono sempre più
frequentemente, i militari della Repubblica Sociale vengono spesso assassinati
mentre rincasano soli o sono in locali pubblici; la situazione di controllo
dell'ordine pubblico e di contrasto ai ribelli per le Brigate Nere è sempre più
difficile. Nel clima sempre più disperato e con il peggiorare della situazione
militare, propone a Mussolini l'ultimo ridotto, quello della Valtellina, dove
le forze fasciste si sarebbero dovute concentrare e far quadrato attorno al
Duce resistendo fino alla fine. Nella primavera del 1945 è a Sondrio, a Tirano
e a Chiesa di Valmalenco per cercare di organizzare
la resistenza, l'ultima disperata resistenza che non ci sarà. Il 26 aprile
lascia Milano a bordo dell'autoblinda della Brigata Nera di Lucca per
raggiungere la colonna di Mussolini che dal giorno precedente si trovava a
Como; a Musso si incontrano le colonne dei gerarchi che hanno lasciato Milano e
le città vicine cercando di prosegure per Dongo e di raggiungere il Duce, ma nel centro dell'abitato,
formazioni di ribelli bloccano la colonna; l'autoblinda di Pavolini, che
trasporta anche Barracu e il prefetto Porta cerca di
invertire la marcia, cercando di scampare alla trappola, fatta segno di
numerosi colpi, si ferma. Pavolini esce, armi in pugno,gli sparano, ferito si
butta nel lago dove resiste fino a sera, col mitra in mano, nascosto dietro a
uno scoglio quando viene scoperto da una barca di ribelli. Percosso
selvaggiamente viene condotto in municipio e il giorno dopo, senza processo,
viene fucilato con gli altri gerarchi sul lungolago.
Cade gridando "Viva l'Italia" . Il suo corpo, martoriato, verrà
esposto a Piazzale Loreto a Milano, in quella che resterà la più vergognosa
azione della nostra storia.
CARRIERA MILITARE
- Tenente dell'Aereonautica nella Guerra 1935-1936
d'Africa Orientale (1 medaglia d'argento al Valor Militare)
- Capitano dell'Aereonautica , promosso nel 1940
CARRIERA POLITICA
- Iscrizione ai Fasci di Combattimento 1°ottobre 1920;
- Squadrista;
- Marcia su Roma;
- Vice Segretario Fascio di Firenze, 1928-1929;
- Segretario Federale della Federazione dei Fasci di Combattimento di Firenze,
dal 10 aprile 1929 al 20 maggio 1934;
- Membro della Direzione Nazionale del PNF, dal 12 dicembre 1932 al 23 dicembre
1933 e dall'8 novembre 1940 al 6 febbraio 1943;
- Membro del Gran Consiglio del Fascismo, dal 31 ottobre 1939 al 6 febbraio
1943;
- Presidente Confederazione Fascista dei Professionisti e degli Artisti, dal 29
ottobre 1934 al 23 novembre 1939;
- Consigliere Nazionale delle Corporazioni;
- Membro della Corporazione della Carta e della Stampa in rappresentanza del
PNF, dal 6 febbraio 1943;
- Deputato XXIX Legislatura, 1934-1939;
- Consigliere Nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, 1939-1943;
- Ministro della Cultura Popolare, dal 31 ottobre 1939 al 6 febbraio 1943;
- Presidente della Cassa Nazionale assistiti della Confederazione Fascista
Professionisti e Artisti, 1938-1940;
- Fondatore e direttore del giornale "Il Bargello" della Federazone dei Fasci di Firenze;
- Direttore de "Il Messaggero", dal febbraio al luglio 1943;
- Presidente Istituto Nazionale relazioni culturali con l'estero;
- Segretario del Partito Fascista Repubblicano;
- Comandante delle Brigate Nere.
"Un'Idea vive nella sua pienezza e si collauda nella sua profondità quando
il morire battendosi per essa non è metaforico giuramento ma pratica
quotidiana". Parole secche, prive di retorica perché già pregne di lucido
pathos; non parole al vento, perché dette da colui che rese usuale, quotidiano,
normale, il gioioso martirio di stampo squadrista, perché pronunciate da colui
che avrebbe combattuto fino all'ultima cartuccia, che avrebbe creduto al Ridotto
della Valtellina - le famose Termopili del Fascismo - e avrebbe infine
comandato di fatto il suo stesso plotone d'esecuzione. poiché a nessuno piace
ammettere di essere un buffone ecco che la virilità se la cuce addosso, se la
costruisce esorcizzando il dramma e la tragedia con ragionamenti cha sembrano
limpidi e coinvolgenti e che spiegano il come ed il perché, che anatomizzano la
storia togliendole ogni afflato, rendendoci incomprensibile chi invece è quanto
mai chiaro, da Attilio Regolo a Pietro Micca, da
Giovanni dalle Bande Nere a Che Guevara (ucciso una
seconda volta dai suoi che ne han fatto un simbolo di
marchandising). Ed allora, signori, perdiamoci nella
ragnatela dei ragionamenti ed andiamo a vedere come si esprime l'uomo-mito o il
mito-uomo Alessandro Pavolini che uomo fu dei più eccezionali e mito è in tutto
e per tutto. E per la sua eccelsa figura e perché "Miuthos"
per i nostri antenati significava "discorso del verbo" ossia
rappresentava uno dei modelli compiuti, logici e dunque razionali attraverso i
quali l'essenza propone se stessa e la via per essere finalmente colta. Mito è,
dunque, un modello eterno, incarnato da un tipo originario (l'Archetipo) che
segue una strada che già è stata percorsa e che il medesimo tipo dovrà
percorrere sempre, nell' atemporale eterno ritorno.
Mito è tragedia, ovvero annullamento dell'individualità costruita, nel recupero
della natura elementare e nel collegamento folgorante e devastante con il
Divino.
Alessandro Pavolini è dunque Mito, completamente e senza la necessità di
costruzioni teoriche. È talmente mito che, vuoi per rispetto, vuoi per timor
reverenziale, vuoi per vergogna di operare il confronto, vuoi per giustificare
accomodamenti e cedimenti interiori, gli stessi sopravvissuti alla tragedia di
quegli anni han pensato bene di parlarne poco. Bene han fatto perché la retorica e le esternazioni aderiscono
assai meglio a chi non ha raggiunto l'essenza nuda che non a chi ci sovrasta e
ci accompagna silente con quell'ironico e tagliente sguardo che altro non è se
non la nostra stessa coscienza. Grande parola troppo spesso utilizzata a
sproposito…
Alessandro Pavolini stupì tutti. Stupì la Firenze bene, i salotti degli
intellettuali, il suo amico Galeazzo Ciano, il suo conoscente Indro Montanelli. Li stupì talmente da indurli a vaneggiare che
ce ne fossero due. Un Pavolini moderato, letterato, illuminato, indulgente
verso i critici del Regime ed un Pavolini sconvolto dal tradimento del 25
luglio; sconvolto a tal punto da cambiar carattere, da divenir brutale,
intransigente, selvaggio ed esaltato. È la mistificazione prima e forse la più
importante: è l'operazione di autogiustificazione da
transfert psicologico tramite il quale i deboli ed i vili s'innalzano, o meglio
evitano di sprofondare, rifiutando il confronto. Non vi furono due Pavolini, la
demonizzazione o meglio ancora le giustificazioni psicotiche atte ad
esorcizzare quello del secondo corso tradiscono una precisa volontà: attribuire
a passione scomposta, a ragione sconvolta, la disposizione ferma e continua ad
essere se stessi senza flettere, pagandone qualsiasi costo. La coscienza
borghese (una parola usata a sproposito, dicevamo), questa finta coscienza
recita così: esprimi una fede e recita il copione ma non andare mai oltre,
questa fede e questa coscienza sono infatti una veste, un fatto estetico, non
prenderle sul serio, mai.
Di gente così, quattro secoli fa, si disse che erano "disposti a difendere
le loro opinioni fino al rogo escluso…" E probabilmente i suoi
contemporanei amici di salotto s'inventarono anch'essi due Giordano Bruno:
affinché il suo ricordo non li schiacciasse. Questi buoni borghesi dovevano - e
tuttora devono - credere che solo uno stupido, un rozzo, un ottuso, un
selvaggio possa andare incontro al sacrificio, possa non aver il genio di
evitare il conflitto, di venir meno alle sue responsabilità, di scegliere la
tragedia ripudiando la farsa. E come accettare che il più illuminato ministro
della Cultura, il più liberale (come indole ovviamente) federale di Firenze e
forse d'Italia, l'indulgente frequentatore dell'intelligentia
antifascista, fratelli Rosselli inclusi, il figlio
del più illustre professore di Sanscrito, il miglior conoscitore delle
tradizioni scandinave, l'ideatore ed il realizzatore dei Littoriali
della Cultura che avrebbero consacrato gente come Fermi, Blasetti
e Fanfani, l'uomo che salvava le opere di Visconti
dalla censura di Regime, il personaggio forse più intelligente, colto e
sensibile del Ventennio dunque, abbia accettato la sfida, abbia fatto fronte
alla disfatta, abbia fondato il Partito Combattente e le Brigate Nere, abbia
operato una vera e propria rivoluzione culturale, antropologica e sociale e sia
andato a morire serenamente e consapevolmente ? Per nulla secondo la morale
borghese, per tutto secondo lo spirito nudo, essenziale ed esaltante della
Civiltà.
Lo definirono allora esaltato (mentre al contrario esaltava), cioè sprovveduto,
folle, posseduto, maniacale e si lavarono le mani del suo sangue. Che non era
il loro ma è certamente il nostro. Poeta e scrittore, Pavolini ebbe la
vocazione al giornalismo fin dall'età di otto anni (quando produsse
autonomamente il periodico bellicista "La Guerra"), al quale fece
seguito "Il Buzzecolo"; durante il
Fascismo, cui, non appena diciottenne, aveva aderito fin dal 1920, fu il
fondatore de "Il Bargello", poi inviato speciale e combattente in
Abissinia, prima di divenire appunto Ministro della Cultura e direttore de
"Il Messaggero". Scrisse libri e racconti di altissimo livello come
"Giro d'Italia", "Nuovo Baltico", "Tutto il
Danubio", "Cento metri", "Il leopardo Dil
Dil", "La Disperata", "Ritratto
d'Angela".
A Firenze seppe imporsi con buon senso tra lo squadrismo aggressivo e
"plebeo" di Tamburini e quello aristocratico, esteta e lievemente
classista di Perrone Compagni. Di lui si disse che
era un "fascista equilibrato" ed un "protettore delle
arti". Ideò il Maggio Musicale, la Partita di Calcio in Costume, la Mostra
dell'Artigianato al Ponte Vecchio, le Rassegne d'Arte, la Fiera del Libro, la
Primavera Fiorentina, il Teatro Sperimentale dei Gruppi Universitari Fascisti e
i Littoriali della Cultura. Da Federale approvò i
progetti e determinò la realizzazione dello Stadio Comunale, della nuova
Stazione di Santa Maria Novella e dell'Autostrada Firenze-Mare.
Contribuì all'allargamento dell'edilizia popolare. Sin dal 1934 fu deputato
alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Nel 1939 diviene ministro della
cultura e coglie subito l'importanza della Radio e del Cinema. È temuto dai
Tedeschi che lo considerano un "moderato" ma è tenuto in grande
considerazione da Joseph Gobbels,
il plenipotenziario del Terzo Reich che s'intende parecchio sia di propaganda
che di uomini. Nel febbraio del
Indenni fisicamente ma non moralmente. Pavolini invece passa il Rubicone. "Al mitra ! Alla macchia !" è il suo
grido di reazione. Organizza subito con altri camerati la risposta fascista. La
notte dell'8 settembre da un binario morto di Koenigsberg
parla al popolo italiano insieme a Vittorio Mussolini. Il 14 settembre è a
Monaco ad accogliere il Duce liberato da Skorzeny e
da Student. Resterà con lui fino all'ultimo e sarà
assassinato lo stesso giorno a pochissimi chilometri di distanza. L'uomo di
cultura, colui che da sempre ha preteso che azione e pensiero sono
inscindibili, dà allora il senso pieno a questo termine che con l'andare del
tempo e soprattutto del decadimento, noi abbiamo svalutato e svilito ma che
significa invece adesione piena di ogni atto ad un modello ideale. Kultur in tedesco non a caso vuol dire Civiltà. Pavolini
incarna il binomio inscindibile della retorica ventennale "libro e
moschetto" e si fa, o meglio si conferma pienamente e senza esitazioni,
"poeta armato". Il Duce lo fa segretario del nascente Partito
Fascista Repubblicano, ovvero lo innalza alla seconda carica della Repubblica
Sociale e gli dà il compito di organizzare e di rifondare al contempo il
Partito. Deve farlo in una coabitazione burrascosa con i vertici dell'Esercito,
con la corrente legalista e reazionaria, dovendo fare ogni giorno i conti con
il controllo sospettoso dello Stato Maggiore Germanico. Deve farlo partendo da
zero. E Pavolini non ha dubbi "Camerati si ricomincia. Siamo gli stessi
del 21". Azzerare significa andare all'essenziale. Ovvero rifiutare la
tessera del Partito a chi non sia disposto a sacrificarsi quotidianamente;
ragion per cui il nuovo Segretario ottiene che sia concesso ai non iscritti di
ricoprire incarichi statali e pubblici perché l'iscrizione non deve essere una
formalità burocratica ma la firma cosciente della propria condanna a morte.
Idealista si ma realista come nessun altro egli difatti non si fa illusioni
sull'esito della guerra né sulla sorte che è riservata a chi non piegherà la
testa. Il suo primo atto, simbolico ma concreto, è quello di militarizzare la
sede romana del Partito mettendo alla sua guardia i giovani volontari di Bir el Gobi,
tra i quali sceglierà il suo attendente, Enzo De Benedictis.
La sua rifondazione è totale e non lascia adito ad equivoci. Il Fascismo
repubblicano è irredentista, nasce, cioè, sul mito risorgimentale ma persegue
un nazionalismo universalista a forte impronta europeista. Il Fascismo
repubblicano intende combattere tutte le internazionali del potere.Quelle economiche, finanziarie, religiose e politiche. Per
farlo si deve partire dal centro, ovvero dalla formazione di un uomo che sia
soggetto rivoluzionario. Lo stato pavoliniano intende
così plasmare le giovani generazioni, renderle coscienti delle proprie
potenzialità, educarle ad uno scopo, cancellando tutti i difetti ereditati
dall'Italietta liberale e da una certa mentalità
cattolica antinazionale e clericale. Per modellarsi serve un mito storico ed
etico. Ed ecco che il perno intorno al quale operare viene offerto dall'epopea
rivoluzionaria dello squadrismo. Sulla base dello squadrismo si effettuerà la
Seconda Rivoluzione e si affermerà la Terza Roma. Per questo la
"Rifondazione" che si compirà sul "Mito della Marcia" si
instaurerà sul rinnovamento giovanile, sull'istituzione di comitati d'azione e
di neo-triumvirati. Il pragmatismo antiborghese ne sarà il modus pensandi et operandi, l'humus nel
quale formare l'aristocrazia del pensiero/azione azione/pensiero che garantirà
l' "Unità ideale e operante delle generazioni passate, presenti e
future".
Da queste premesse emerge naturale la subordinazione del privato al pubblico
con tanto di proprietà statale dei beni di produzione e di socializzazione
intesa più che a garantire l'equilibrio del Ventennio tra Capitale e Lavoro ad
imporre la prevalenza etica ed economica del secondo sul primo. Nella tendenza
ad accorciare le distanze tra proletariato e piccola borghesia, Pavolini non è
mosso da fascinazioni proletarie bensì dalla
consapevolezza che partecipazione e produzione sono le due condizioni
necessarie per portare un popolo a divenire padrone di sé. La cultura per
Pavolini è azione oltre che pensiero. I richiami ideologici non saranno dunque
lettera morta ma azione quotidiana. Per Pavolini non si deve prima vincere e
poi mutare perché la mutazione è nel combattimento. Egli crede nella rivoluzione
continua. Tanto per cominciare introduce l'autocritica e la democrazia diretta
nell'apparato del Partito. Le cariche diventano elettive, le assemblee hanno un
ruolo nuovo in un Partito totalitario che è sì centralizzato ma federale e
molto attento al radicamento territoriale.
Un binomio si pone a garanzia dell'ortodossia spirituale nell'alveo della
rivoluzione continua: è il binomio composto dagli antichi squadristi accorsi
all'appello e dai giovanissimi volontari di Bir El Gobi, i nuovi squadristi.
Il Partito deve impegnarsi in opere di beneficenza, in assistenza a chi soffre,
ai bisognosi, ai senza tetto, deve sostituire lo Stato, o meglio i servizi
dello Stato, laddove le comunicazioni belliche lo vedono latitare,
ma non deve in alcun caso compiere azioni di polizia. La solidarietà, la
generosità e l'impersonalità nel servizio sono le parole d'ordine dell'azione pavoliniana. Il PFR giungerà così ad esprimere leggi giuste
e rivoluzionarie quali l'abolizione delle società anonime e azionarie e a
delegittimare giuridicamente il concetto di padrone-proprietario. Nel Fascismo
repubblicano trovano piena espressione le idee socialrivoluzionarie
di Bianchi, Sorel e Corridoni, ed anche la tradizione
storico-ideologica di Garibaldi e Pisacane. Il
Partito in guerra deve essere partito armato, deve essere Milizia
rivoluzionata. Così dopo un lungo insistere, nel giugno del '44 Pavolini
otterrà la costituzione delle Brigate Nere. Alle quali non si aderisce in
quanto militanti del PFR ma, da militanti del PFR, per aderirvi, si deve fare
domanda volontaria. "Chi siete io non lo so; chi siamo ve lo dirò: siam le Brigate Nere e abbiam la
forza di spezzarvi il cuor !"
Al di là della sinistra iconografia che ne han fatto
gli avversari di fuori (i partigiani) e soprattutto gli avversari di dentro
(quelli del "fino al rogo escluso") le Brigate Nere rappresentano un
fenomeno autenticamente rivoluzionario e, tanto per non guastare, di nutrito
consenso. Quando la proposta pavoliniana di armare il
Partito viene accolta, nell'estate del 44, gli esiti bellici sono evidenti, la
Capitale è perduta, del resto vergognosamente perché non si è difesa.
L'esercito dell'Onore non ha più lo stesso entusiasmo di pochi mesi prima, le
truppe non hanno il morale alle stelle. Il decreto mussoliniano consente non
solo l'istituzione delle Brigate Nere, assolutamente volontarie, ma anche
l'incorporo nei loro effettivi di chi, già militando nell'esercito, ne richieda
l'assegnamento. Il successo è strepitoso al punto che lo Stato Maggiore deve
pretendere dal Duce una sospensione del provvedimento. Eppure le Brigate Nere
non offrono granché alle ambizioni. Nelle Brigate Nere sono aboliti i gradi e i
fronzoli, vengono accettate soltanto funzioni di comando che sono limitate nel
tempo ed intercambiabili secondo il più autentico socialismo di trincea. Le
Brigate Nere non hanno la copertura istituzionale dell'Esercito ma sono
soggette alla rappresaglia dei futuri tribunali oltre che a quella partigiana.
Quando si milita in esse si fa proprio l'adagio del Cantate dei Legionari
"il mondo sa che la camicia nera s'indossa per combattere e morir".
Nelle Brigate Nere non vi è futuro né carriera: eppure tra le loro fila si
accorre numerosi anche dalle formazioni dell'esercito dal quale convergono
soldati, ufficiali e persino numerosi colonnelli che rinunciano ai gradi per
una scelta spartiata d'impersonalità guerriera. Le
Brigate Nere sono l'esempio evidente, corporeo, dello spirito e dell'anima
della rivoluzione, cioè della cultura del pensiero/azione, dell'essenzialità e
dell'assialità anticoromana.
Le Brigate Nere non sono state inventate da un atto notarile ma sono il frutto
di un lungo e cosciente sacrificio. Caduta Roma, Pavolini si ripromette di non
concedere altre rese vergognose ed organizza la guerriglia fascista. La
propaganda ufficiale ci nasconde le azioni "partigiane" compiute dai
fascisti dietro le linee da formazioni ideate da Pavolini, quali la "Onore
e Combattimento". Di azioni di guerriglia e sabotaggio, per le quali
numerosi saranno i fucilati, ne risultano documentate diciotto, tra le quali
una vera e propria insurrezione popolare contro la coscrizione nelle fila badogliane nella zona di Catania, la cosiddetta rivolta dei
"Non si parte". Pavolini organizza inoltre i Franchi Tiratori che
agiranno principalmente a Firenze e a Forlì ma che s'impegneranno ancora in una
decina di città italiane.
Emblematica è la difesa di Firenze, che il generale americano Alexander disse essere la miglior città italiana perché
"lì - sottolineò - ci accolsero sparando dai tetti". D'altronde
quando i Tedeschi avevano fatto saltare i ponti e rimaneva ancora percorribile
un solo passaggio sull'Arno cercarono di trarre in salvo i tiratori più vicini
ma costoro si rifiutarono dicendo che il loro compito era quello di combattere
fino alla morte. A Firenze agirono un centinaio di squadre di tre tiratori,
molti dei quali giovanissimi, cui si accompagnava la distribuzione della
propaganda clandestina tramite il foglio "Ventitre Marzo" il tutto
nel rispetto della tecnica di collegamento azione-pensiero che era prettamente pavoliniana. Le Brigate Nere nascono, dunque, nel nome del
sacrificio e ottengono con l'esempio di essere impegnate in prima linea come
nelle operazioni di controguerriglia. Pavolini stesso
vi combatte da volontario in Piemonte ed in Val d'Ossola
venendo ferito in prima linea. Le stesse Ausiliarie delle Brigate Nere a
differenza degli altri corpi ottengono il porto d'armi e possono combattere.
Tutto l'operato di Pavolini nei dieci mesi che vanno dalla costituzione delle Brigate
Nere alla sua morte, è scandito da rastrellamenti, riunioni di governo, comizi
ed ispezioni. Egli arringa le Brigate Nere, gli iscritti al PFR ed il popolo,
parlando loro di un Nuovo Ordine Europeo che deve essere antiplutocratico, poliarchico, etniarchico ed
antiborghese. Ed ecco come le Brigate Nere furono dipinte da Pavolini: "Le
Brigate Nere sono un esercito senza galloni essendo noi squadristi persuasi che
un comandante è tale se comanda e gli si ubbidisce e che altrimenti non c'è
grado che tenga. L'unico gallone è l'esempio… Le Brigate Nere non sono il
Partito che va verso il popolo, sono una milizia di Partito che è popolo, una
milizia operaia e rivoluzionaria, di meccanici, di artigiani, di braccianti, di
piccoli impiegati, in lotta mortale contro le plutocrazie alleate dei
bolscevichi e contro i plutocrati sovvenzionatori di banditi… Le Brigate Nere
anelano al combattimento contro il nemico esterno ma sanno che in una guerra
come l'attuale, guerra di religione, non c'è vera differenza fra nemico di
fuori e di dentro. Non è lecito chiamare fratricida la lotta contro chi attenta
alla vita e all'onore della Patria. Non è fratello chi rinnega la Madre e le
spara addosso… Le Brigate Nere in che periodo sono apparse ? Quando altri si
squagliavano e noi ci adunammo. Altri dimettevano il distintivo e noi ci
rimettemmo la camicia nera. Altri cercavano di farsi dimenticare e noi ci
ricordammo. Ci ricordammo delle parole date, delle fedi promesse, dei compagni
perduti. Noi ci ricorderemo sempre… Le Brigate Nere sono una famiglia, questa
famiglia ha un antenato, lo Squadrismo, un blasone: il sacrificio di sangue,
una genitrice: l'Idea fascista, una guida, un esempio, una dedizione assoluta
ed un affetto supremo: MUSSOLINI". Le Brigate Nere furono in linea a Livorno, Pisa, Buti, Pontedera e misero in fuga, in Garfagnana,
gli Americani della Buffalo. Dopo il 25 aprile
Pavolini tentò con ogni sforzo di concentrare gli effettivi in Val Tellina per
difendere l'Ultimo Ridotto ma le comunicazioni erano saltate, le strade
intasate ed il progetto di fatto non riuscì. In qualche maniera l'estrema
resistenza, l'estremo sacrificio, furono compiuti dall'insurrezione fascista
delle Brigate Nere di Torino agli ordini del Federale Solaro.
Pavolini, che combatté fino all'ultimo venne fucilato a Dongo,
sul Lago di Como e comandò di fatto il plotone d'esecuzione. Il racconto forse
romanzato degli stessi partigiani che di lui avevano un'immagine di tutto
rilievo ci dice persino che dopo la prima raffica si rialzasse e tendesse il
braccio nel saluto romano prima di spirare.
Pavolini uomo-mito appartiene alla storia ma non appartiene al passato.
Innanzitutto perché non fa parte di un solo tempo chi sia essenziale e
coerente, gioioso e cosciente nel sacrificio. Non è mai superato chi abbia
compiuto una rivoluzione sobria e profonda che ha messo in imbarazzo più gli
esteti in camicia nera, i difensori dell'onore a condizione, i moralisti che
vegetano nel carrierismo e nel capitalismo, che non i suoi diretti avversari
d'arme. In questo e per questo, Pavolini è ciò che si definisce un archetipo
incarnato, lo stesso archetipo di Catilina, di
Giovanna d'Arco o di Ernesto Guevara detto il Che.
Rispetto ai quali, tutti, che insieme furono fustigatori degli uomini a metà,
che smascherarono gli apostati, gli accomodanti e gli arrivisti, egli ha un di
più: uomo di lettere, di cultura, di prestigiose frequentazioni, è la prova di
come l'intransigenza verso di sé e l'intelligenza realistica non siano tra loro
contrastanti se non nella mistificazione che ci offre l'ideologia borghese. Ma
l'attualità di Pavolini va anche oltre quest'atemporalità
della figura. Nel mondo che oggi viene definito "globale" le misure
di partecipazione, di democrazia diretta, di autonomia piena, sociale e
guerriera che son proprie del modello pavoliniano si dimostrano antesignane rispetto ad una
tendenza di autonomia, di localizzazione e di superamento del capitalismo
finanziario e speculativo, in un modello attivo imperniato sulla logica del
matrimonio luogo-lavoro e sul recupero dell'essenziale e del solidale. La
concezione pavoliniana di Nuovo Ordine Europeo, la
sua denuncia nei confronti di tutte le internazionali, finanziarie, politiche e
religiose, preannuncia una visione europea, imperiale che, proprio in quanto si
fonda sulle autonomie partecipative locali, prospetta un'alternativa ghibellina
alla macina mondialista. Pavolini è dunque oggi, come per sua volontà, passato,
presente e futuro.
Pavolini lo è per chi sappia coglierne l'esempio ed il monito, l'insegnamento e
lo sprone, per chi sappia rinunciare ai fronzoli, ai galloni, al narcisismo, al
vacuo amor di sé, alla carriera, alla riuscita sociale, ai mille e mille alibi
che si trovano sempre per disertare le responsabilità onerose.
Per chi, in altre parole, sappia essere esempio e, soprattutto, sappia pagarne
il costo.