La menzogna del liberismo

 

Maurizio Blondet

«La crescita economica riduce la povertà!», esulta la Banca Mondiale (di Wolfowitz), esibendo le statistiche sull’Asia sud-orientale. E' una forma in cui il dogma viene ripetuto: la globalizzazione è benefica, il commercio libero e senza ostacoli è la condizione preliminare per ridurre la povertà, il liberismo è la risposta giusta a tutti i bisogni umani.
Se questo fosse vero, i poveri dovrebbero essere in procinto di arricchirsi soprattutto in Gran Bretagna e in USA, i due Paesi dove la dottrina liberista di Adam Smith (l’egoismo del mercante assurto a teologia) viene applicata con più rigore ideologico.
In Inghilterra, è stato appena annunciato che il numero dei bambini in condizione di povertà è cresciuto di altri 200 mila. Ormai i bambini poveri, che crescono in famiglie povere, sono 3,8 milioni, il 30% di tutta l’infanzia britannica.
Cosa significa?
Che quei bambini vivono in case «umide, mal riscaldate, sovraffollate».
Hanno madri singole o con «compagni» che non sono i padri dei bambini.
I bambini poveri hanno più probabilità di diventare adulti in cattiva salute, con poca o nulla istruzione, destinati a bassi salari e lavori occasionali o marginali.
Sembra una descrizione della prima rivoluzione industriale, cui Marx assisté e che denunciò: anche allora il liberismo ideologico ebbe via libera, non incontrò ostacoli.
Gli effetti sono sempre gli stessi: pochi ricchissimi, masse di impoveriti ignoranti, iniquità sociale che chiede vendetta e suscita utopie contrarie e devastanti, comunismo, anarchia…

E negli Stati Uniti?
La nazione più prospera della Terra e della storia?
Quella che contiene il 6% della popolazione mondiale e consuma il 25% delle risorse e delle merci planetarie?
Da una analisi del 2004 (alquanto vecchia dunque) dell’US Census Bureau risulta che 60 milioni di americani vivono con 7 dollari al giorno.
Ciò significa che un americano su cinque - che spesso è un duro lavoratore - campa con 2.555 dollari l’anno.
I salari non controllati, «liberi», i soli disponibili a questa popolazione (lavori servili, nei servizi), non sono aumentati dal 1972.
Di conseguenza, 25 milioni di americani dipendono dai «buoni-cibo», i ticket emessi da Comuni e Province (Contee) che consentono di acquistare generi di prima necessità con lo sconto.
Negli Stati Uniti, intanto, l’1% più ricco della popolazione ha visto raddoppiare le sue ricchezze e redditi rispetto agli anni ‘60, e da solo accaparra il 16% del reddito nazionale.
I ricchi si arricchiscono a spese dei poverissimi, perché il liberalismo alla Adam Smith è appunto questo: massima retribuzione del capitale attraverso la minima retribuzione del lavoro.
Secondo la Banca Mondiale (di Wolfie) persino l’Africa sub-sahariana sta uscendo dalla miseria, grazie al commercio globale delle sue merci.
Tutto ciò, s’intende, in senso relativo: oggi questa parte dell’Africa conta il 30% dei «poveri estremi» del pianeta, contro l’11% che contava nel 1981, e il 19% del 1990.
E’ il bello delle statistiche.
Là dove c’è «sviluppo» liberista in Africa, ciò avviene a prezzo di una devastazione sociale.
Rivelata dalle megalopoli-baraccopoli che crescono: Nairobi e Lagos sono «città» di 12, 15 milioni di abitanti, di inurbati che arrivano lì non perché c’è lavoro, ma perché c’è almeno qualche devastata infrastruttura, e lì non hanno altro che rottura dei rapporti tradizionali, criminalità e marginalità.

La morte di Eltsin ci ricorderà, spero, come il liberismo introdotto a «dosi urto», con un passaggio «esplosivo» dall’economia pianificata al mercato (espressioni di Jeffrey Sachs, l’economista autore del disastro) ha prodotto in Russia saccheggio criminale, iniquità feroce e violenta, morte di vecchi, spesso ammazzati per occupare la loro modesta abitazione sociale.
Anche in Italia i poveri sono in aumento, i poveri che lavorano.
Ma qui la situazione è diversa.
Qui il «mercato» non c’è, ci sono cricche privilegiate che si sono sottratte alla concorrenza.
E come sapete, non stiamo parlando dei barbieri e dei taxisti puniti da Bersani, né degli «evasori» mitici che Visco finge di perseguire.
Parliamo dei miliardari di Stato e parastato, dei grandi monopoli, delle grandi industrie assistite, degli arricchiti con lo spaccio della coca, degli «invisibili» al fisco benché esibiscano Porsche, panfili e attici di lusso.
Lo dico perché ho visto Ballarò, questa odiosa trasmissione di propaganda, a supporto del potere: vi si additavano come ricchi, e sospetti evasori, i dirigenti industriali - che sono lavoratori dipendenti, dai cui stipendi il fisco screma automaticamente e senza sforzo il 45%: sicché il loro stipendio, buono sulla carta (90 mila euro l’anno), diventa assai meno buono in realtà, 40-50 mila euro.
E nella discussione, nessuno ha ricordato, per confronto, che Sircana ha avuto un reddito di 256 mila euro nel 2006, come dirigente delle Ferrovie; o che la signora Spitz, moglie di Follini e direttrice del Demanio, prende 300 mila euro; silenzio assoluto su quel che prende Ciampi come pensionato di Bankitalia.
Nessuno ha parlato dei magistrati da 7-10 mila euro mensili e nessun obbligo di produttività.
No, i ricchi sarebbero i dirigenti privati, questo ceto produttivo essenziale.
Ballarò lo ha «provato», mandando i suoi «giornalisti» davanti a ristoranti di lusso, e ad intervistare un esperto del popolo: il posteggiatore di Porsche e Mercedes.
Questo esperto ha assicurato che le macchinone appartengono a dirigenti industriali, che fanno la bella vita e stanno abboffandosi al ristorante, perché, si sa, non hanno da lavorare.
Domani vedremo le Mercedes di taxisti e barbieri, di panettieri e cartolai.
Questa è la «cultura» della cosiddetta sinistra, la «sinistra» che copre i privilegiati e i parassiti meno competitivi e criminalizza i produttori.
Ciò rende infinitamente più difficile la battaglia in Italia: non basta smascherare il «liberismo di mercato», bisogna anche liberarsi dalla «socialità» dei parassiti sindacali, dallo «statalismo» dei redditieri da 300 mila euro.
Una guerra su due fronti.
Quando in USA il liberismo verrà finalmente superato da nuove idee che stanno crescendo, i nostri sinistri-del-potere diranno che avevano ragione loro ad essere «sociali» e «statali», e avranno una legittimità in più per continuare a godersi gli stipendi principeschi, dati loro dai contribuenti contro il nulla di servizi «pubblici» inesistenti, dai contribuenti.

Maurizio Blondet

 

Torna alla home page