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Adolf Hitler, fervente
cattolico (si è fatto anche fotografare all’uscita di una Chiesa,
“devotamente col cappello in mano”, e mentre intratteneva premurosamente una
suora in “serafico atteggiamento”) ha addirittura considerato “profetica” la
sua “missione”, rifacendosi al un motto dei Re prussiani “Gott mit uns!”
(Dio è con noi!). Evidentemente tanto affetto per la Chiesa cattolica è
stato in qualche modo ricambiato dato che il Vaticano, come è noto, si è
attivamente adoperato per far fuggire in Sudamerica il maggior numero
possibile di nazisti, salvandoli dai processi per crimini di guerra e
concedendo loro, ivi compreso Adolf Eichmann e Josef Mengele, il passaporto
diplomatico della Santa Sede con tanto di falso nome.
Il riverente ossequio dello Stato italiano nei confronti del Vaticano ha
sempre ostacolato una completa ricostruzione storica di ciò che si celava
dietro un simile costante, appassionato interessamento. Allo scadere dei
cinquant’anni di segretezza, nel 1995, gli Usa hanno aperto gli Archivi di
guerra, evidenziando ancora di più le complicità del Vaticano nelle
operazioni di “salvataggio” dei ricercati nazisti. Sorge spontanea la
domanda: perché tanta reciproca amicizia fra questa gente ed la Santa Sede?
Perché la Chiesa cattolica si è sentita in qualche modo “debitrice” e
riconoscente nei confronti dei seguaci di Adolf Hitler? Certamente i nazisti
e il Vaticano condividevano gli stessi “nemici storici”: gli ebrei e i
comunisti. Ma questo non basta a spiegare i motivi di un affiatamento così
sottilmente coordinato. La fuga di molti tedeschi in Sudamerica, la perfetta
organizzazione che ha consentito loro di disporre di passaporti della Santa
Sede con falso nome e con incredibile tempestività, il loro inserimento
sociale nella nuova Patria, prevalentemente l’Argentina del presidente Juan
D. Peron Sosa, scrupolosamente curato e finanziato dalla Chiesa cattolica,
tutto lascia supporre che il Vaticano avesse stabilito già da tempo degli
accordi segreti con i nazisti che prevedevano una tale forma di “benefica”
assistenza in caso di disfatta del Terzo Reich tedesco. Chissà cosa
contemplavano questi misteriosi accordi nel caso in cui la guerra fosse
stata vinta dalla Germania di Adolf Hitler! Nessuno lo saprà mai, sia per la
difficoltà di simili ricerche storiche, sia perché i diretti interessati
hanno ovviamente i loro buoni motivi per mantenere la più totale ed
impenetrabile omertà.
Da sempre la politica della Chiesa cattolica di fronte all’ascesa dei
nazisti e al loro dominio è stato un tema molto controverso. Pio XII (il
Papa Giovanni Pacelli) è stato bollato come “Il Papa di Hitler”. Considerato
da alcuni storici come un antisemita connivente si rifiutò di condannare il
nazismo in modo esplicito e mai esortò i cattolici ad opporsi al nascente
nazionalsocialismo. La riapertura degli Archivi vaticani e la possibilità di
visionare le carte relative alle attività interne della Santa Sede hanno
offerto nuovi strumenti d’analisi. Peter Godman, studioso “acattolico”, ha
analizzato queste carte, scoprendo nella Chiesa romana di quell’epoca
un’istituzione “a più voci”, tutt’altro che monolitica, in cui il legalismo
ebbe la meglio sul senso morale della tragedia che si andava delineando (Hitler
e il Vaticano. Lindau, 2005. Si veda anche il libro di M. Phayer intitolato
“Il Papa e il diavolo”. Newton Compton, 2008). Intorno alla metà degli anni
Trenta il Vaticano redasse alcune bozze di totale condanna del nazismo da
lui bollato come eretico. Ma quando Benito Mussolini si avvicinò ad Adolf
Hitler, Pio XI (il Papa Achille Ratti) limitò la sua esecrazione al solo
bolscevismo e ripiegò sulla diplomazia neutra esteriore, cioè su quella
comoda di facciata per nulla ficcante (una politica laodicean, da Laodicea
città dei primi cristiani in Frigia). La Chiesa, insomma, fu portata fuori
strada non tanto dal “Papa di Hitler” (non fece che proseguire la politica
adottata da Pio XI) quanto da una sua relazione speciale con Benito
Mussolini, il Duce del fascismo, che arrivò persino a proporre la scomunica
papalina del Fuhrer. Non va dimenticato il ripetuto ed esplicito
riconoscimento espresso da Pio XI nei confronti di Hitler già prima della
sua vittoria elettorale (5 marzo del 1933) e poi quando venne nominato
Cancelliere del grande Reich tedesco (30 gennaio del 1933): “Hitler è il
primo e unico uomo di Stato che parla pubblicamente contro i bolscevichi.
Finora era stato unicamente il Papa”.
La maggior parte delle gerarchie delle due Chiese (cattolica e protestante)
rimase “neutrale” nei confronti di Hitler o collaborò addirittura, più o
meno palesemente, con le autorità naziste. Personaggi come il teologo
protestante Dietrich Bonhoeffer (assassinato dai nazisti), il gesuita Rupert
Mayer (rinchiuso nel 1939 nel campo di concentramento di Sachsenhausen e poi
internato nell’abbazia di Ettal) o il vescovo cattolico Clement A. Von Galen
(“il leone di Munster” che non esitò a smascherare l’ideologia neopagana
insita nel nazionalsocialismo) sono esempi atipici, circa il comportamento
nei confronti del nazismo, dei rappresentanti delle due Chiese
sopramenzionate. Solo una comunità religiosa, fin dall’inizio del
nazionalsocialismo, ha resistito fermamente ad esso: i Testimoni di Geova.
Dei 25.000 appartenenti a questa piccola collettività, 10.000 furono
arrestati.
Persino quando nel 1933 il nazismo giunse al potere, il timore generalizzato
che vigeva nell’Europa occidentale era quello atavico del bolscevismo. Era
convinzione di moltissimi osservatori del tempo che, sia pur temuto, il
governo del Fuhrer avrebbe avuto una durata limitata. Tenere presente questi
fattori aiuta a comprendere l’ “equilibrata” politica condotta dalla
gerarchia cattolica di fronte al fenomeno nazista, nonostante Roma venisse
spesso tacciata di indifferenza, se non di connivenza nei riguardi del
governo di Adolf Hitler. Altro aspetto di rilievo, essenziale per
comprendere in quali angusti passaggi fosse costretta a muoversi la
diplomazia ecclesiastica, è quello degli equilibri religiosi in Germania:
alla fine degli anni Venti, a fronte di una ventina di milioni di cattolici
si contrapponevano circa 40 milioni di protestanti in rotta fra tra di loro,
secondo la migliore tradizione dei riformati, ma sufficientemente concordi
nel mostrarsi tutti, di lì a breve termine, ossequiosi e supini al crescente
ed incontrastabile potere nazista. In particolare la chiesa protestante,
tesa per la sua stessa costituzione di chiesa nazionale ad identificarsi col
potere statale, fu sostanzialmente sottomessa a Hitler sino al punto di
partorire dal proprio seno i famosi “Deutsche Christen”, i cristiani
tedeschi (DC), quelli che intendevano fondere il nazionalismo governativo
socialista con il cristianesimo dei protestanti.
Nel movimento dei DC si era giunti perfino a paragonare Hitler a Cristo:
come il secondo era stato il redentore degli uomini, così il primo era visto
come il redentore dei tedeschi. E pensare che il Fuhrer nel 1939 disse senza
pudore: “Se non fosse stato per il pericolo che il bolscevismo prendesse il
sopravvento in Europa non avrei fatto niente per oppormi alla rivoluzione in
Spagna: i preti sarebbero stati sterminati”. Sarebbe stato, tuttavia,
pericoloso volere spazzar via una istituzione bi-millenaria in un sol colpo:
“Dalla Chiesa, si accalorava il leader tedesco, dipendono la sete di sangue,
la bassezza e la menzogna di secoli e secoli di storia…Il regno della
menzogna deve crollare. Ma… ciò non può avvenire subito”.
Anni prima, alla conferenza episcopale di Fulda (est dell’Assia) del marzo
del 1933 si formulò un cauto giudizio di apertura sul rampante movimento
nazionalsocialista germanico.
Dichiarandosi disposti confidare nelle rassicurazioni che il nuovo
Cancelliere nazista aveva dato, riconoscendo la funzione morale del
cristianesimo, i vescovi teutonici ammisero che il cattolico doveva
riconoscere la legittimità del nuovo governo in carica. In sostanza
l’intervento di Fulda fu un intervento sub condicione: bisognava appoggiare
Hitler perché egli, garantendo libertà al cristianesimo, garantiva il
fondamento stesso della libertà umana. Il concordato tra Chiesa e Stato del
20 luglio del 1933 riaccese in Germania qualche speranza: sfruttando i
chiaroscuri in fase di interpretazione e di attuazione delle norme
giuridiche, il regime hitleriano contenne la reazione dei cattolici
tedeschi. La depoliticizzazione del clero rischiò solo di scardinare
definitivamente ogni possibilità di revanche contestatrice da parte dei
credenti d’oltralpe.
Il regime del Fuhrer limitò il dissenso ecclesiastico, promettendo una certa
libertà di associazione ed il nascere di scuole confessionali. Tra la Chiesa
ed il nazismo si instaurò così una tacita convivenza ed una sotterranea
complicità. Hitler non mentiva, era solo reticente, quando affermava di non
mettere la razza al di sopra della religione: ne faceva, infatti, una
componente costitutiva di essa, pur ironizzando sulle fumisterie
dell’ideologia volkisch (l’etnonazionalismo, F. Prati. L’etnonazionalismo e
l’ideologia volkisch. www.centrostudilaruna.it Reperibile per via
telematica). Né aveva difficoltà a richiamarsi alla tradizione religiosa per
le “drastiche” misure adottate contro gli ebrei tedeschi e non solo quelli.
Ciò la dice lunga su quali erano i reali rapporti tra la Chiesa ed il
nazionalsocialismo da lui “ingegnosamente” creato. |