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Intervista ad Erich Priebke |
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di Antonella Ricciardi (www.antonellaricciarci.it)
1) Quale ritiene sia il messaggio più importante che ha trasmesso attraverso
la sua autobiografia?
Al di là del significato dei singoli eventi della vita, un uomo che si avvia
alla fine del suo percorso deve tirare le somme.
Forse la cosa più difficile è proprio accettare con serenità il proprio
destino. Io credo, dopo tanti travagli, di aver capito il significato del mio:
lottare fino alla fine per tenere alto il mio onore di uomo, l’orgoglio di
appartenere al mio popolo, il popolo tedesco che con i suoi pregi e i suoi
difetti non posso e non voglio cessare di amare.
2) Ha cambiato idea su qualcosa dal 1994, anno nel quale cominciarono i suoi
problemi giudiziari, ad oggi?
Nel caso Priebke si è assistito ad un numero spaventoso di violazioni ai
concetti basilari del diritto e della legalità. Barbarie che però non si è
imposta come fatto incruento. Il cedimento delle istituzioni è avvenuto
attraverso le continue pressioni del potere politico su quello giurisdizionale
(come il mio sequestro e il successivo riarresto in
Tribunale, ordinato dall’allora ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick), in aperto spregio del fondamentale principio della
divisione dei poteri, che è l’essenza stesa della indipendenza della
magistratura
A quel tempo sinceramente credevo nei valori della giustizia, quelli di cui
tanto si parla nei così detti paesi civili che si proclamano Stati di Diritto.
A mie spese ho dovuto imparare che dietro la maschera della legalità
democratica spesso si celano gli interessi e gli intrighi di lobby potenti, che
calpestano il diritto e manipolano l’informazione pur di raggiungere i loro
torbidi scopi.
3) Il secondo processo di primo grado del suo lungo iter processuale si
concluse con una condanna a 15 anni, ridotti nei fatti a pochi mesi, per il
condono di 10 anni e per i 4 anni e più di carcerazione preventiva già vissuti
(compresi quelli sofferti come prigioniero di guerra). Con un accordo tra
accusa e difesa si era deciso di fermare lì l'iter giudiziario. Ma, si afferma
nella sua autobiografia, l'accordo venne fatto saltare dall'alto, ed in appello
lei fu condannato all'ergastolo, poi confermato dalla Cassazione. Pensa di
avere capito a chi si debba questa manovra? E ritiene ciò parte di un più ampio
processo politico?
Su tutte le sentenze che mi riguardano posso dirle che non si è mai processato
l’uomo Priebke, innocente o colpevole che fosse, ma l’ideologia che si voleva a
tutti i costi che egli incarnasse. Si è giudicato non secondo i canoni del
diritto ma all’unico scopo di inscenare un processo mediatico che avrebbe
imposto all’attenzione dell’opinione pubblica il solito pacchetto emozionale,
confezionato per suggestionare le masse con la figura di un mostro a uso e
consumo dei giochi di potere dei potenti.
Il caso Priebke doveva essere l’ennesima occasione per riaffermare e
giustificare i principi su cui si fondano le suggestioni politiche e sociali
del mondo attuale. Un mondo programmato nella conferenza di Yalta,
autolegittimato con i processi farsa di Tokio,
Norimberga e gli altri, inscenati via via contro chi
non voleva allinearsi alle logiche del nuovo corso. Doveva essere l’ultima
occasione per usare il soldato tedesco come simbolo del male, contrapposto a
tutto ciò che in termini sempre più categorici viene imposto ai popoli della
terra come il bene: il nuovo ordine mondiale, quello globalizzato
da un ristretto gruppo di plutocrati cosmopoliti e dai politicanti al loro
servizio.
4) Lei afferma di essere dispiaciuto per le perdite umane, ma di non potersi
scusare, dato che pensa che le sarebbe stato impossibile sottrarsi all'ordine
di partecipazione alla rappresaglia, se non a rischio della vita. Come valuta,
però, il tipo di rappresaglia attuata alle Fosse Ardeatine?
Ritiene che quella rappresaglia sia stata inevitabile o inopportuna?
Io non avevo mai ucciso prima di quel giorno e non l’ho grazie a Dio, mai più
dovuto fare. L’essere la guerra fatta di massacri e di morte, non può alleviare
il dramma di chi ha una coscienza e deve sopprimere una vita.
Probabilmente le generazioni attuali, quelle che non hanno fatto la guerra non
possono capire. Noi abbiamo dovuto sparare alle Ardeatine;
non lo abbiamo fatto per un sentimento di odio. L’abbiamo dovuto fare in
seguito ad un ordine irrifiutabile venuto direttamente da Hitler.
Ciò che posso dire è che la rappresaglia era ed è ancora oggi una pratica
legale in guerra. Non ubbidire sarebbe stato impossibile, come è dimostrato
dalle vicende terribili di Hiroshima, di Dresda e di tutti i molteplici
massacri e rappresaglie avvenuti nella seconda guerra mondiale, dove al
contrario di quanto successe alle Ardeatine, si
uccisero molto spesso indiscriminatamente anche donne e bambini.
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5) Quali sono gli episodi più significativi che
ricorda legati a Hitler e Mussolini? |
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6) Nel suo libro lei dà un'immagine del colonnello Kappler diversa da quella che di solito è stata presentata
sui mass-media. Lei racconta, infatti, di un Kappler che
nutriva sì un'avversione nei confronti degli ebrei, ma di tipo politico e non
prettamente razziale, ricorda che Kappler aveva
inoltre trovato in prigionia un amico zingaro.... Pensa davvero che la figura
di Kappler sia stata sfigurata per motivi politico-propagandistici?
Kappler era considerato un ufficiale molto in gamba
che, grazie anche all’ottima conoscenza della lingua aveva dimostrato di
essersi inserito più che bene nella vita romana.
Nato nel 1907, aveva 6 anni più di me ed era di Stoccarda, figlio di una
famiglia medio borghese. Si era iscritto nel 1931, due anni prima della
vittoria elettorale di Hitler, alla NSDAP (Partito
Nazionalsocialista dei Lavoratori) e l’anno dopo aveva lasciato l’università
per entrare nelle Allgemeine ss. Aveva frequentato la
scuola di polizia al Charlottenburg nel 1937. Notato
da Heydrich per l’acume dimostrato nel corso delle
indagini sull’attentato contro Hitler, avvenuto a
Monaco nel 1939, venne fatto specializzare sulle problematiche del comunismo
internazionale ottenendo, sempre nel 1939, su proposta del generale Harster e nomina di Heydrich e
dopo un breve servizio ad Innsbruck, l’incarico a
Roma come ufficiale di collegamento con la polizia italiana. Era un uomo di
cultura che amava collezionare vasi etruschi e ascoltare la musica classica.
Sicuramente ambizioso, l’organizzazione del lavoro sotto di lui, secondo lo
stile dell’epoca, doveva funzionare come una macchina perfetta; essere suo
dipendente implicava obbedire e fare dei sacrifici, ma al di là delle sue funzioni
di capo non invadeva la sfera personale dei sottoposti. Dotato di una
elasticità mentale non comune per un poliziotto, evitava di agire sulla base di
semplici supposizioni; sapeva però anche essere molto duro con i nemici.
Tribunali alleati processarono a fine conflitto i suoi superiori: nel 1946 i
generali Eberhard von Mackensen e Kurt Mälzer a Roma e nel 1947, a Venezia, il Feldmarschall
Albert Kesselring. Essi
avevano trasmesso a lui, come comandante della Polizia di Sicurezza di Roma,
gli ordini di Hitler relativi alla rappresaglia delle
Ardeatine. Gli alti ufficiali furono tutti e tre
condannati alla fucilazione, poi commutata in ergastolo ed alla fine, nel 1952,
ottennero la grazia in virtù della quale vissero da uomini liberi per il resto
dei loro giorni (eccezione fatta per Mälzer che nel
frattempo era morto per un tumore).
Kappler alla fine fu l’unico a venire condannato nel
corso del processo celebrato nel 1948 davanti al Tribunale Militare di Roma.
Sebbene assolto per la rappresaglia in sé, a Kappler
fu imputata la morte di 10 ostaggi che, a giudizio del tribunale, erano stati
giustiziati esclusivamente sulla base di una sua scelta personale. La decisione
era stata presa da Kappler in conseguenza del decesso
del trentatreesimo militare dell’esercito tedesco, avvenuto in ospedale nelle
ore successive all’attentato partigiano di via Rasella.
Dopo più di trent’anni di carcere, quando Kappler malato terminale di cancro era ormai poco più che
un fantasma, un branco di iene continuava ad accanirsi contro di lui. Escluso
prima da qualunque forma di clemenza, fosse indulto o amnistia, ora in punto di
morte gli si rifiutava anche la sospensione della pena. Alla fine, in barba a
tutto il blaterare sull’umanitarismo delle società civili, si erano compiaciuti
di negargli anche il conforto di una morte nella propria casa. Ipocrisia e
carrierismo erano i miti delle autorità democristiane e dei loro apparati nella
nuova Italia, miti sempre sostenuti da uno stuolo di giornalisti compiacenti, e
un codazzo di enti di comodo ed eroi dell’ultima ora. Dopo la sua fuga verso
casa gli ci vollero ancora sei mesi di agonia perché il buon Dio mettesse
finalmente termine al suo lungo martirio. Domizlaff,
un mio ex superiore, coimputato di Kappler, che venne
assolto come tutti gli altri dal Tribunale Militare di Roma per la rappresaglia
delle Ardeatine, a proposito dei nostri ex nemici
partigiani prigionieri nel carcere di via Tasso, coloro che Kappler
aveva salvato rimettendoli tutti indistintamente in libertà al momento di
lasciare Roma prima dell’arrivo degli alleati, fece questo commento: “Kappler era il tipico svevo che
nascondeva il suo cuore dietro una maschera, ma che svelava la sua vera
personalità con le azioni”. Domizlaff aveva passato
dopo la guerra più di cinque anni di reclusione con Kappler
e sapeva bene anche quanto il nostro ex comandante si fosse impegnato per
mantenersi sano di mente e di spirito, in carcere. Mi spiegò, tra l’altro cosa
che per me era sempre rimasta poco comprensibile, perché Kappler
fino all’ultimo si fosse rifiutato di scrivere le sue memorie: non aveva voluto
correre i rischi insiti nell’autodifesa. Disdegnava l’autogiustificazione,
attività molto praticata dopo la guerra.
7) Dopo la condanna all'ergastolo, cosa ha pensato per riuscire ad andare
avanti?
Se le manette, la deportazione di un vecchio, il carcere, la lontananza dalla
mia sposa malata, sono oggi la croce della mia vita, l’incredibile lato
positivo di questa esperienzia è stato trovare tanti
amici sinceri; è stato scoprire un tesoro. Fratelli che da tutte le parti del
mondo si sono prodigati nell’aiutarmi. Come ho già detto, il mio impegno di
novantenne che anche dietro le sbarre non si è mai arreso, è quello di un uomo
che anche se terribilmente stanco, cerca di stare in piedi per lasciare in
eredità ad altri il significato vero della sua vita.
8) Dopo che Ciampi ha ritenuto non ci fossero le condizioni per la grazia,
non essendoci l'accordo unanime dei familiari delle vittime delle Ardeatine, ritiene ancora di avere delle prospettive per
riacquisire la libertà ? E se sì, chi pensa in particolare che avrà contribuito
a tale esito per lei felice, col suo aiuto?
Credo che un uomo non debba mai abbandonare la speranza. Anche se mi pesa molto
la mancanza della libertà e molto più ancora la mancanza di Alice, la mia
coscienza di uomo tuttavia si sente libera. Per nessuno motivo vorrei essere al
posto dei miei persecutori, senza vincoli nello spazio ma prigionieri
nell’animo. Mi hanno tolto la libertà, mai, però, mi toglieranno la dignità.
9) Lei ha scritto nel suo libro che lo zio dell’ex Guardasigilli Giovanni
Maria Flick era un SS: può darci qualche dettaglio in
proposito?
Quando nel 1944 facevo servizio nella città di Brescia ho conosciuto il
comandante del reparto della SS italiane che faceva servizio in quella zona, il
maggiore Alois Thaler, un
uomo che aveva dimostrato grande valore sul campo. Il suo gruppo di circa 200
SS italiane fronteggiava i partigiani nelle montagne.
Con Thaler ebbi l’occasione di fare una visita presso
il suo comando che si trovava ad una decina di chilometri da Brescia. Fra
l’altro, mi presentò un sottotenente: Massimo Flick,
un ragazzo molto simpatico. Impiegato ad Anzio per contrastare lo sbarco
alleato era stato decorato con la croce di ferro di II classe. Era un fervente
nazionalsocialista e al nord aveva combattuto contro i partigiani ed in seguito
ai postumi di una ferita faceva l’ufficiale di giustizia – Gerichtsoffizier
– questo in quanto all’università aveva fatto studi giuridici. Era addetto agli
interrogatori dei prigionieri, ad istruire i processi per il Tribunale delle SS
di Verona dove faceva anche il consulente dei giudici tedeschi. Mi aveva
parlato dei suoi problemi di coscienza per alcune condanne a morte decise dal
tribunale. Suo nipote, l’ex ministro Flick, ha sempre
finto di ignorare questi fatti nei quali lo zio era stato coinvolto. Ha taciuto
fino al 1992 quando lo zio è morto. Contro di me invece si è accanito!
10) Qual è la cosa che dopo la condanna a vita la fa più soffrire?
Le invenzioni di alcuni falsi testimoni sulle mie responsabilità in atti
malvagi, torture e cose del genere sono un male veramente gratuito e quindi per
me più doloroso. E’ propria questa cosa che più di ogni altra, ancora oggi mi
fa soffrire. La ingiustizia della condanna all’ergastolo, rientra tutto sommato
nella logica della vendetta, meccanismo questo che anche se aberrante è
comprensibile alla mia mente. Le menzogne diffamanti però manipolano l’immagine
della persona snaturandola agli occhi dei suoi simili, dei suoi amici e
parenti, sono un’onta insopportabile, un male veramente raffinato contro il
quale non mi stancherò mai di lottare.
Proprio per questo da tempo ho intentato una serie di cause civile contro i
miei diffamatori e a tutt’oggi ho già ottenuto contro giornalisti mistificatori
e falsi testimoni ben 8 condanne per diffamazione, altre presto verranno.
11) Cosa pensa del divieto di sfilare e di utilizzare il palco per la
manifestazione in suo favore il 6 marzo? Per quell’appuntamento ridottosi
notevolmente a causa dei divieti sarebbe dovuta venire anche sua moglie Alice:
è poi ugualmente venuta? E l’ha più incontrata dal 1995, anno nel quale è stato
costretto a lasciare l’Argentina?
Mia moglie non l’ho mai più potuta vedere!
Nell’Italia democratica si vieta a me e ai miei sostenitori, persino il diritto
di una legittima richiesta: il diritto a richiedere un provvedimento di
clemenza. Certo possono negarmela la grazia, ma è un diritto inalienabile
quello di poterla richiedere.
Contro simili abusi del potere costituito posso solo citare le parole del
barbaro Brenno, che sono poi il titolo del mio libro: Vae
Victis (Guai ai Vinti).
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[Questo articolo è stato pubblicato sui seguenti giornali: L'Altra Voce, Avanguardia, Rinascita, il Quotidiano di Caserta, Orion]
Antonella
Ricciardi , 3 luglio 2004